I sindaci sardi, il coraggio dei numeri deboli

Viaggio nei paesi più piccoli dell’isola: alle Vigne Surrau inaugurata la mostra di Salvatore e Vincenzo Ligios

INVIATO A ARZACHENA. Due anni di lavoro, centinaia di scatti, decine e decine di ore di registrazione, alcune migliaia di chilometri percorsi. Padre e figlio, entrambi professionisti dell'immagine - il primo noto fotografo, il secondo video maker emergente - insieme per un progetto originale, che coniuga l’arte di documentare con la politica, mette a confronto l'isola ancorata alle tradizioni con la Sardegna contemporanea, ne racconta disillusioni e speranze. Loro sono Salvatore e Vincenzo Ligios, la mostra ha per titolo "Gli atlanti - Tracce di identità" e da ieri si può visitare nella cantina di Vigne Surrau, principale sponsor dell'iniziativa. Protagonisti del progetto cinquanta sindaci, amministratori di comuni che non superano i 600 abitanti,da Aidomaggiore a Villanova Truschedu, passando per Assolo e altri nomi poco noti come Pau, Pompu, Simala. Paesi a crescita zero, o a decrescita poco felice, almeno stando alle statistiche, che invece rivelano una vitalità sorprendente e un'umanità che non si sente affatto sconfitta. A rappresentare queste comunità sono soprattutto giovani (anche qui a dispetto delle statistiche), uomini in larga maggioranza. Sotto l'egida dell'associazione Su Palatu, diventata felicemente"senza fissa dimora" dopo lo sfratto da Villanova Monteleone, i Ligios li hanno incontrati uno alla volta, a casa loro, e raccontati ciascuno attraverso il proprio medium: Salvatore con la macchina fotografica, con scatti rigorosamente su pellicola, e stampe in bianco e nero (in purezza, si potrebbe dire con una metafora enologica). Con la videocamera, invece, Vincenzo ha ripreso e intervistato i sindaci nella loro quotidianità, ha chiesto di raccontare come si amministra un comune così piccolo, ma lo ha fatto evitando facili vittimismi e cercando di non cadere in luoghi comuni o in un’antropologia d’accatto. Il risultato è un’installazione di cinquanta schermi con altrettanti video disposti in sequenza in una della cantine di Vigne Surrau, tra grandi botti di rovere. Ogni filmato dura cinque minuti e contiene un’inquadratura fissa del primo cittadino, scorci del paese e sottotitoli in inglese. Una parte importante del progetto infine è il libro (definirlo catalogo sarebbe ingeneroso) con tutte le immagini di Ligios padre e una sintesi delle dichiarazioni dei sindaci. In apertura, dopo l’introduzione di Tino Demuro, patron dell’azienda vinicola di Arzachena, testi della storica dell’arte Sonia Borsato, dell’antropologo Giulio Angioni e di un politico di lungo corso come Pietro Soddu. Completa il volume un dvd con le cinquanta interviste. Nel libro (Soter editrice, 144 pagine, 30 euro), testi e didascalie sono tradotti in inglese.

Ma chi sono i cinquanta protagonisti degli Atlanti, quelli a quali Sonia Borsato attribuisce “Il coraggio dei numeri deboli” (titolo del suo saggio)? In maggioranza giovani, si diceva, nonostante guidino comunità che per larga parte sono formate da anziani e l’indice di natalità è drammaticamente basso. Li accomuna il «senso di appartenenza», come dice Adele Virdis (Aidomaggiore), ritratta tra gli scaffali di una ricca biblioteca; per molti, come Antonio Carrucciu, sindaco di Assolo, è stato un ritorno verso «cose che sentivo di primaria importanza», o la consapevolezza che «chi ritorna a vivere in paese sia un conquistatore», come dice Gionata Petza, forse il più giovane dei 50, ritratto in posa con la sua mountain bike nella piazza di Asuni.

A distinguerli, almeno a sentire Lino Zedda (Baradili), è «la determinazione: perché essendo le comunità molto piccole qualsiasi azione diventa un sacrificio». E se Antonio Giuseppe Sechi (Bessudi), ripreso davanti a un improbabile murale, è pessimista sul futuro dei piccoli centri nell’era della globalizzazione, Francesco Sulas (Birori) sostiene che al contrario delle grandi città «in paese quando ci si vede ci si parla», c’è «senso di amicizia e di rispetto per le persone». L’era digitale ritorna nelle parole di Giorgio Pilloni (Curcuris), che pensa forse con troppa preoccupazione ai bambini che nasceranno in futuro: «Già oggi non hanno più l’inventiva che noi avevamo a quell’età: tutti i giochi ce li costruivamo noi... Adesso è tutto pronto, fa tutto il computer» (o lo smartphone, visto che alla presentazione di ieri, tra i sindaci presenti era tutto un trillare di suonerie). Tiziano Schirru (Ussaramanna) rimpiange le lotte con gli otto fratelli da bambino, mentre Bruno Curreli (Tiana) dice che è necessario «uno scambio continuo con l’esterno», altrimenti ci si chiude.Francesco Medde, giovane sindaco di Soddì, fervente ducatista, si batte per conservare la lingua

sarda, mentre Clara Michelangeli, jeans strappati e stivali da cowgirl, plaude al melting pot di Onanì, dove alcune badanti romene hanno sposato giovani del posto. «I paesani quando vedono gente nuova sono contenti di accoglierla», dice con un sorriso.

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