L’etica delle immagini secondo Mario Dondero

A Palau una lezione del grande fotografo, tra memoria e attualità

In occasione dell’inaugurazione a Palau della mostra “A proposito di Robert Capa”, una prima nazionale inserita nel programma del festival “Isole che parlano”, il grande fotografo Mario Dondero ha imbastito, col pubblico presente, un’informale chiacchierata, accompagnata dalla proiezione di alcune sue straordinarie immagini. Tema dell'incontro: “Riflessioni sull’etica di un mestiere”.

Mentre sullo schermo si materializza la foto, rispettosa e discreta, di una partoriente, Dondero racconta: «L'ho scattata a Parigi negli anni 70, alla Clinique des Lilas, una clinica progressista, all’avanguardia. Mi era stata richiesta dalla rivista “Noi Donne”. In un primo momento mi ero rifiutato, spiegando: “Non ci vado per rispetto della puerpera; lei è li che sta facendo il bambino e arrivo io che faccio la foto. Non mi piace. Ma dal giornale avevano insistito, dicendo che dovevo andare, che era importante. Alla fine sono andato e, nonostante nella mia vita abbia testimoniato anche grandi tragedie e svariate guerre, non mi sono mai emozionato così tanto quanto a vedere nascere un bambino».

A Gorizia con Basaglia. Mario Dondero è così, netto e delicato, disarmante nella sua leggerezza ed inflessibile attenzione all'umanità. «Ci son fotografie sulle quali potrei parlare per ore». Mostra un'immagine fatta a Gorizia, durante un'assemblea all’ospedale psichiatrico diretto da Franco Basaglia. «L’assemblea era un incontro collettivo a cui partecipavano tutti, medici, infermieri, pazienti, e la guida veniva assunta anche da loro. Ho incontrato tante persone, ma in particolare ricordo una donna che aveva avuto una vita tremenda. Era stata segretaria della federazione fascista di un paese vicino a Trieste. Quando in Italia era iniziata la collaborazione al progetto nazista di stermino degli ebrei, i tedeschi le avevano chiesto aiuto per la loro identificazione. Si era rifiutata, era stata arrestata, mandata in campo di concentramento. Era molto bella ed era stata destinata ad una sorta di bordello frequentato dalle SS. Alla fine della guerra è tornata in Italia dove è stata arrestata, picchiata e rapata, come è accaduto a tante. Qui apro una parentesi. Da giovane sono stato partigiano. Al momento della Liberazione ero a Magenta. Insieme ad altri passavo il tempo a strappare di mano a gente inferocita ragazze che avevano avuto rapporti con tedeschi o fascisti. Per noi era ripugnante, inammissibile, questa pratica di rapare le donne. Ma per tornare alla sua vicenda: è stata poi internata in un campo di concentramento, allestito dagli alleati a Coltano, vicino a Pisa. Poi è finita di nuovo in un bordello e infine nell’ospedale di Gorizia. Una vita terribile».

Nel Sahara e coi talebani. Appare una delle sue immagini più note, scattata nel Sahara, durante il conflitto tra Algeria e Marocco. Ritrae dei prigionieri algerini. «E' una foto che amo, che mi è costata fatica perché, a parte che non era normale fotografare i prigionieri, il mio problema era non offenderli. Quando sei prigioniero e ti fanno anche la foto è una violazione in più. Ma in qualche modo, tacitamente, sono riuscito a stabilire un buon rapporto con loro». Ancora una prigione: ritratto di un capo talebano. Dice che i talebani reclusi erano molto simpatici. Mormorio in sala, lui insiste: «Esistono anche dei talebani simpaticissimi». E aggiunge: «In quel caso lo erano, per un ragione precisa. Andai alla prigione con Kate Rowlands, un'irlandese meravigliosa che lavora da anni con Emergency. Portavamo materassini e lettere dei familiari. Ora capite bene che se tu arrivi in una prigione e porti le lettere di una fidanzata, di un figlio, anche il più feroce talebano sorride, ti vuol bene. Siete d’accordo?» Arriva un'immagine bellissima, scattata in Brasile, una Pietà: un bimbo addormentato tra le braccia di un statua. Racconta Dondero: «E' una foto di molto tempo fa, quando il fenomeno dei bambini di strada non era vasto e conosciuto. Quando ho visto la scena mi ha ricordato un film di Chaplin, in cui Charlot dorme in braccio a una statua».

A proposito della fotografia dice: «Forse il suo difetto è che è troppo bella. Polemizzo sempre con Sebastiao Salgado, perché fa foto troppo belle sulle tragedie umane e sul lavoro. Fotografie che ti fanno scordare il contesto. La qualità estetica di quelle immagini induce quasi ad ignorare il soggetto primo della foto, che spesso è la sofferenza. Anche davanti a questa foto non pensi più che quel bambino dorme così perché è stanco morto e non ha un posto per riposare. Chissà, i fotografi che verranno saranno forse più umanisti e avranno più interesse alla condizione delle persone».

Al di là della foto. Qualcuno tra il pubblico, ironicamente, davanti a tanta sensibilità così umanamente dispiegata dice: «Tu invece te ne fregavi di quel bambino». E lui: “No, ma penso che in fin dei conti siamo impotenti, non abbiamo i mezzi per risolvere il crimine della povertà. Non basta la buona volontà di un singolo. Ma quello che voglio dire è che penso sia necessario andare al di là del fatto fotografico, che comunque ha un suo carattere in un certo senso predatorio». Lezioni di etica, umana e fotografica. Vengono alla mente queste parole di Dondero: «Deve sempre rimanere chiaro che per me fotografare non è mai stato l’interesse principale. Ancora oggi non mi reputo un fotografo tout court. A me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per

fotografarle, mi interessano perché esistono».

“A proposito di Robert Capa”, organizzata dalle associazioni Sarditudine ed Ogros, è a Palau, al Centro di documentazione del territorio, sino al 30 settembre. Tutti i giorni dalle 16 alle 20, tranne il lunedì. Per informazioni: 339-1459168

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