Quando i mercanti africani facevano affari con i nuragici

Da domani a sabato a Sant’Antioco e Carbonia un convegno internazionale

Popoli del Mediterraneo che si incontrano, rispettandosi a vicenda. Scambiano merci e competenze dall’Oriente all’Atlantico. Arrivano in Sardegna dalle coste del Libano, della Siria, della Palestina, da floride città come Tiro e Sidone. Diffondono l’alfabeto, il vetro e la porpora in Occidente. Lungo le coste del Mediterraneo, dal Nord Africa alla Sicilia alla penisola iberica, creano empori che diventeranno più tardi importanti città. Cagliari, Nora, Sulky, Tharros, Othoca, Bithia sono solo alcuni degli insediamenti che i Fenici crearono in Sardegna, a partire dall’VIII secolo a.C. A quel tempo i Sardi, costruttori di nuraghi, erano una grande civiltà, e buoni erano i rapporti con questi visitatori dall’Oriente che in seguito si stabilirono nell’Isola. La diaspora fenicia in Occidente ha segnato profondamente le culture del Mediterraneo. Così come l’avvento di quella potenza fondata dagli stessi Fenici in Nord Africa, Cartagine. Erano uomini, merci e idee che attraversavano il mare tra Oriente e Occidente, di cui ci arrivano gli echi nei tanti siti disseminati dal Mediterraneo all’Atlantico, capaci di rivelarci sempre nuovi tasselli. E proprio la Sardegna, che ha una concentrazione di testimonianze straordinaria, ospiterà l’VIII Congresso internazionale di studi fenici e punici: da domani fino a sabato oltre 200 studiosi di università ed enti di ricerca provenienti da 24 nazioni si riuniranno a Carbonia e Sant’Antioco per fare il punto sulle ricerche in questo campo. L’evento è organizzato dalla cattedra di Archeologia Fenicio-Punica dell’Università di Sassari, retta da Piero Bartoloni e afferente al Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione.

«Il congresso è importantissimo, si tratta della summa degli studi fenici dopo quello del 2009 ad Hammamet – spiega Bartoloni – è anche la prima volta che la Sardegna ospita questo evento. Sono tante le novità, una su tutte la scoperta di materiali fittili e recipienti nuragici a Uthica, che si trova sulla costa tunisina a 150 miglia da Capo Spartivento. Anche in Sardegna non mancano le nuove scoperte. A Sant’Antioco, l’antica Sulky, è stato trovato un luogo di culto di una divinità salutare che è perdurato dal VII al II secolo a.C. Qui si praticava il rito dell’incubazione: i malati dormivano nel tempio e riferivano i sogni al sacerdote che indicava una cura. Abbiamo ritrovato tracce del tempio, gli ex voto dei pazienti, e il frammento di una statuetta votiva con il nome di un ospite che aveva dormito lì. I pazienti soggiornavano per diversi giorni, quindi dobbiamo pensare a una struttura complessa che precorre le cliniche attuali».

I Fenici nascono come popolo agli inizi del XII secolo a.C., in conseguenza dei rivolgimenti politici e sociali provocati nel Vicino Oriente dall’invasione dei cosiddetti Popoli del Mare, e incrementarono commercio e produzione artigianale in totale autonomia, con imprese commerciali nel Mediterraneo e nel Mar Rosso per rifornire le botteghe di materie prime.

«Lo scopo principale per cui i Fenici vengono in Sardegna è la ricerca dei metalli – dice Bartoloni - e prima della costruzione di città vere e proprie si appoggiano ai centri vicini ai grandi bacini argentiferi, sulla costa Sud-Occidentale e Orientale, dall’Ogliastra fino al Flumendosa». In seguito, parte dei Fenici emigrò dalla madrepatria e si stabilì in Occidente: «Non si trattò di una migrazione di grande entità – prosegue Bartoloni – perciò i Fenici in Sardegna si dovevano associare alle popolazioni locali, una civiltà grande e potente divisa in cantoni che navigava in tutto il Mediterraneo. La necessità di materiali faceva sì che ci fosse uno scambio continuo. Noi pensiamo alle logiche del mondo moderno e le trasferiamo al mondo antico, ma le frontiere le abbiamo inventate noi: allora c’era un’osmosi molto più forte».

L’avvento di Cartagine aprì un’era nuova nei rapporti con le popolazioni locali. Dopo una prima, fallimentare, spedizione dei punici contro le città fenicie e i nuragici, nel 510 a.C. la Sardegna è di sicuro in mano ai Cartaginesi, perché così risulta nel primo trattato tra Roma e Cartagine raccontato dallo storico greco Polibio. «Con i Cartaginesi viene a mancare il rapporto eccellente che le popolazioni nuragiche avevano con i Fenici – spiega Bartoloni – perché vengono in Sardegna per impadronirsi delle ricchezze minerarie, dell’argento che serviva loro per battere moneta. Cartagine non interviene nei rapporti interni tra città, ma spazza via l’indipendenza delle città fenicie e dei cantoni nuragici, imponendo tasse e controllando i commerci internazionali della Sardegna».

I Cartaginesi portarono il culto di Sid, divinità che assimilarono al Sardus Pater, dio eponimo dei sardi, venerato ad Antas. Una figura che nell’iconografia del frontone dello stesso tempio - come risulta dalla decorazione fittile analizzata dall’archeologa

Giuseppina Manca Di Mores, che presenterà i suoi studi al Congresso – si sovrappone a Iolao, nipote di Eracle e colonizzatore della Sardegna. «Il sincretismo tra Sid e Sardus – conclude Bartoloni – è importante: in questo modo Cartagine puntava a omologare i sardi alla sua cultura».

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