Baliani: «Inseguo lo sguardo spiazzante dei bambini»

I nuovi spettacoli “Tracce” e “Identità” e il romanzo “L’occasione” presentato al festival del libro di Macomer

Corpo e parola, denuncia e memoria. Il lungo percorso artistico e civile di Marco Baliani non solo non conosce cedimenti ma nell'ultimo decennio si infoltisce di esperienze teatrali ed extra teatrali, di nuove scritture e linguaggi, di indagini e narrazioni che portano alla luce soprattutto le parole scomode, gli eventi che la coscienza italiana vorrebbe eludere, o relegare a margine. Da ieri alla Fiera del libro di Macomer e questa sera al teatro Eliseo di Nuoro, domani all'ex Vetreria Cagliari il 27 al teatro San Francesco di Tortolì e infine il 28 al Teatro Civico di Sassari, Marco Baliani ha da poco dato alle stampe per Rizzoli – con cui nel 2003 pubblica "Corpo di stato", testo interlocutorio sui 55 giorni del rapimento di Aldo Moro – il romanzo "L'occasione", mentre sul palcoscenico arriva con gli spettacoli "Tracce" e "Identità", con la regia della compagna Maria Maglietta.

Tra teatro e libri, Marco Baliani si sente più attore o narratore?

«Narratore riassume meglio entrambi, senza dubbio. D'altronde ho riversato anche nella modalità della scrittura, molto vicino all'oralità, il lavoro fatto in teatro. I personaggi si sentono tra le pagine, sono più tattili che legati al pensiero, compiono soprattutto azioni. Certo, fare teatro o scrivere è diversissimo. Nel primo l'attore incarna il personaggio e i corpi sono presenti, mentre nella scrittura li devi seguire, devi farli immaginare al lettore. Ricordo che quando Tabucchi venne a vedere la mia messa in scena di "Piazza d'Italia" e vide i personaggi in carne ed ossa si turbò e si emozionò. Nella scrittura non è mai così».

Dallo spettacolo Kohlhaas, 25 anni fa, è nato il teatro di narrazione. Un'esigenza? Il bisogno di coprire una mancanza?

«Intanto dico che c'è sempre bisogno del teatro: è un grande momento in cui ci si concede tra esseri umani, senza schermi, senza distanza. Tutti lì nello stesso spazio-tempo. Una cosa diventata molto rara. Io ho scelto di fare narrazione per sperimentare un linguaggio estremo, legato al corpo e alla parola. Non nascondo che nella crisi di oggi, una delle ragioni della sua diffusione sia anche l'economicità dell'attore solo in scenica. E infatti girano anche narrazioni prive di grande forza. Ma il teatro non è solo narrazione ed è bello anche viverlo con tanta gente, come la regia che ho appena concluso a Milano, con quattordici attori».

Che cosa è il pensare affabulando?

«Fare grandi pensieri partendo dalle storie più piccole: dentro le storie più semplici c'è un pozzo di misteri che ti permette di fare digressioni importanti, anche di tipo filosofico. È ciò che faccio nello spettacolo "Tracce", che parte dal libro omonimo di Ernst Bloch. Dalle parole stupore e incantamento ho costruito una mappa di narrazione e racconti, mettendo in relazione pensieri personali e storie di famiglia, esperienze vissute, storie d'infanzia, il richiamo delle sirene fino all'ultimo incantamento: la morte».

Il suo ultimo spettacolo invece, è Identità. Di cosa parla?

« È un susseguirsi di racconti brevi, come flash, sulle varie sfaccettature che la parola può as. sumere. L'identità oggi può dar luogo all'esasperazione che sfocia guerre etniche o tribali; ma può provocare un olocausto quando è negata completamente. In un racconto, un tossico cerca di mostrare la sua carta di identità a quattro poliziotti: mettiamo in scena il pensiero del tossico, quello dei poliziotti, rimandi continui tra l'uno e l'altro. Dico poi di un giovane terrorista inglese che si farà esplodere in una stazione della metro a Sarajevo. L'identità del martire come gli arriva? Chi gliel'ha messa in testa? Ci poniamo domande, fino a sfiorare l'idea che parlare di identità sia pericoloso. Meglio non scordare l'individualità di ognuno che ci rende tutti fratelli».

“Tracce”, lo spettacolo e “L’occasione”, il romanzo. Esistono punti di contatto?

«Di sicuro il tema del destino. La vita è fatta di successioni casuali, di urti. Non è lineare né chiara, è come sull'autoscontro: una macchina ti viene addosso e ti fa cambiare direzione. Capita poi che una casualità totale ti porti là dove il caso non funziona più: devi fare una scelta che cambierà la tua esistenza. Quello che diventiamo coincide con il ciò che siamo, ma ci portiamo dietro per sempre l'ombra della vita che sarebbe dovuta o potuta essere. Nel romanzo, la protagonista, Marcella, ventitré anni prima non ha detto al figlio quel che avrebbe dovuto. La sua vita cambia. Ecco, la struttura del romanzo è molto simile a "Tracce", è una mappa, non è lineare. Ogni personaggio fa nascere un altro personaggio perché gli dice qualcosa che lo segna. Come accede in film quali “Babel” o “Magnolia”».

Anche “L'ocasione” è un libro che fa memoria. Come mai ancora l'esigenza di confrontarsi con gli Anni Settanta e la lotta armata?

« Gli anni '70 sono stati poco raccontati. Mi sembra importante parlarne soprattutto ai giovani. Sono anni molto mitizzati, di cui si recuperano certe modalità; ma si conosce poco di quel momento. Io lo racconto con le voci di cinque personaggi, perché la memoria non è univoca. Lavora in funzione di quello che siamo oggi: quando ci guardiamo indietro, vogliamo che la nostra vita abbia un disegno, e ci sforziamo di leggerlo. Qui ogni personaggio dice una sua verità. Ognuno esprime un diverso punto di vista. Mi sembra che sia l'unico modo di raccontare il passato».

Dice Marcella a proposito di suo figlio Matteo: fino agli 11 anni gli ho riservato una cura particolare. Poi non ci sono più riuscita. È perché sono arrivati gli anni '80?

«Negli anni '80, i corpi, da produttivi, sono diventati corpi di e per il consumo. Un cambiamento epocale. Il tempo del lavoro produttivo è stato cancellato, si è entrati nella dimensione in cui tutto è liquido, fluido e consumabile. Non c'è spazio per le passioni. Matteo non sa neanche dove andare a cercarle, non le conosce proprio».

Un dialogo tra le generazioni interrotto, dunque. Lei invece ha lavorato e continua a lavorare molto con i bambini.

«Il rapporto con la

loro percezione e con il modo che hanno di guardare il mondo è fondamentale per un artista. È sempre spiazzante, non è nella norma. Nonostante crescano tra computer e giochi elettronici, se li contatti in profondità trovi sempre quel pensiero svincolato».

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