Stormy Six, la leggendaria band è tornata

Il pittore e batterista Salvatore Garau, membro storico del gruppo milanese, racconta il nuovo progetto con Moni Ovadia

CAGLIARI. A volte ritornano. Sono gli Stormy Six leggendaria band di rock impegnato, capofila in Italia negli anni Settanta e Ottanta del movimento internazionale Rock in Opposition, di nuovo sul palco dopo anni di silenzio. E da oggi anche nei negozi di dischi con “Benvenuti nel Ghetto”, cd e dvd dedicato alla rivolta nel Ghetto di Varsavia del 1943, frutto di due anni di intenso lavoro dietro la spinta di Moni Ovadia e diventato uno spettacolo che ha debuttato lo scorso 20 aprile al teatro Ariosto di Reggio Emilia (sarà replicato a gennaio a Milano e, probabilmente durante i mesi estivi anche in Sardegna). Il risultato di quella session unica è ora in un doppio disco argentato, da oggi in vendita in tutta Italia, impaginato con le immagini curate dal pittore di Santa Giusta Salvatore Garau, nonchè batterista e membro storico della band assieme ad un altro sardo, il bassista Pino Martini (che però, per via di altri impegni, non ha preso parte a questa avventura come Franco Fabbri altro fondatore del gruppo). In “Benvenuti al Ghetto” suonano quindi: Archimede De Martini, basso e violino, Carlo De Martini, violino, Umberto Fiori, voce, chitarra, Tommaso Leddi, mandolino, chitarra, Francesco Zago, chitarre e Salvatore Garau, batteria. L’opera consta di undici tracce inedite nell’inconfondibile stile Stormy Six, band che ha scritto pagine memorabili del progressive italiano. Il disco è un altro capitolo nella storia della formazione, parte di un imponente progetto di impegno storico e civile con le parti recitate dal vivo da Moni Ovadia, tratti da quattro volumi di testimonianze di quella rivolta.

«Questa reunion dopo tanti anni– racconta Garau – è un miracolo. Venti anni fa avevo deciso di fermarmi. Ciascuno di noi è da tempo attivo in altri progetti di vita e lavoro. Chi suona, chi scrive, o come nel mio caso, dipinge. Difficile conciliare tempi e modi di incontro. A meno che non ci sia un evento speciale. Così quando Ovadia ha chiesto di rimetterci assieme per comporre le musiche per rievocare le giornate di Varsavia, decidemmo di accettare».

Come avete lavorato?

«Il nostro compito era di pensare ai testi e alle musiche mentre Moni doveva occuparsi solo dei recitativi del live. Abbiamo iniziato a comporre nel 2011. Le musiche sono un po’ di tutti mentre i testi sono scritti da Fiori. Appena si poteva organizzavamo gli incontri per discutere e suonare. E’ stato un lavoro lento e tranquillo, poco stressante. Ci sono stati, ovvio anche momenti di grande fatica, lunghe discussioni. Ma alla fine, credo, è uno dei più bei lavori degli Stormy Six. Anche perchè siamo arrivati a lavorare attorno a un progetto, essendo più maturi e, forse, anche incosciamente preparati. Nessun problema alle prove come nella scelta dei brani. Una grande armonia, insomma».

Anedotti particolari?

«Se esiste un gruppo in cui si pratica il dibattito e il confronto, quello è Stormy Six. A livello filosofico, tecnico e politico. Tra i Settanta e gli Ottanta, quando suonavamo in giro per l’Europa, durante i viaggi imbastivamo bellissimi e interminabili dibattiti. Qualcosa che personalmente mi ha fatto crescere e ho ritrovato a distanza di tempo, quando abbiamo ripreso a suonare assieme. Anche in questa occasione non ci siamo fatti mancare nulla. Dai testi alle musiche. Una cosa poi è la partitura altro è l’esecuzione. Si discute fino a trovare la perfezione. Lo dimostra il fatto che il concerto di Reggio fosse senza sbavature. La registrazione del live? Buona la prima. Quasi non ci credevo. Proprio a ridosso del concerto avevo avuto un lutto doloroso e non stavo nelle migliori condizioni per fare le ultime prove. Eppure andò tutto per il meglio. Lo spirito era ottimo, come se avessimo fatto in precedenza dieci concerti di fila. In ogni caso avevamo lavorato duro, documentandoci con cura per fare in modo che la musica riflettesse le emozioni e ricordasse quella storia.

Quasi un concept album.

«Si, dall’inizio alla fine. C’è un brano dark, uno di hard rock, un altro riecheggia il cabaret weimariano. Ogni pezzo è legato al racconto. L’ultimo è un invocazione in cui si chiede che “il male subito non ci

contamini e ci renda simili ai nostri carnefici”. Salire sul palco, vedere il pubblico, all’inizio mi è parso strano. Ormai da anni faccio altro, sono un pittore. E invece, come per magia, tutto ha funzionato e io, come gli altri ,abbiamo riannodato i fili, tornando ad essere gli Stormy Six»

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