«Dal silenzio la musica, per cambiare il mondo»

Intervista con Paolo Fresu: l’identità dei sardi, tra futuro e fatica del distacco

“Shortime”, la serata di oggi a Berchidda (tutto il programma è su “Time Out”) quest’anno riflette, tra le altre cose, sul tema della tradizione e dell’identità. Il cartellone è ricco di idee. Paolo Fresu ne spiega, in questa intervista, scopi e intenzioni.

. “Cantones de Nadale”, il tuo concerto con Daniele Di Bonaventura in programma oggi a “Shortime” nel Centro Laber di Berchidda , rivisita il repertorio natalizio tradizionale. Un tema caldo e controverso, in questo momento, quello dell'identità, in Sardegna. Una tua opinione?

«La Sardegna è un luogo speciale. Speciale perché ha una storia antica, perché è in seno al Mediterraneo e fa da ponte ideale tra l’Africa e l’Europa. Inoltre perché possiede, oltre a tanti altri tratti autoctoni, una lingua e una musica uniche. Questa diversità è la nostra ricchezza e dovrebbe essere ciò su cui investire. Decisamente meglio del cemento, che sta invece portando soltanto morte e distruzione. Parlare d’identità è però davvero complesso. Perché questa parola può racchiudere molto, ma può ugualmente risultare vuota. Per me identità significa che, in qualsiasi Paese del mondo io mi trovi per fare un concerto, so che alla fine, quando ho finito di suonare, arriva sempre qualcuno a dirmi: “Anch’io sono sardo”. Ciò non accade ai miei colleghi di Torino o di Milano, e neanche a quelli di Berlino o di Parigi. Credo che ciò avvenga soprattutto perché abbiamo una cultura millenaria, che oggi è uno straordinario elemento di differenziazione in un mondo dove invece si mangia e ci si veste tutti allo stesso modo. La diversità intesa in questo senso è per noi un grande valore aggiunto, una chiave per reagire alla profonda crisi che la Sardegna sta vivendo, e aprire porte che fino a ora erano chiuse o socchiuse».

In Sardegna l'opzione autonomistica oggi si arricchisce di formulazioni diverse rispetto al passato. All'isola servirebbe diventare uno Stato indipendente?

«Mi viene da pensare che noi si possa essere italiani incorporando le nostre specificità. Ma so che questa è una cosa molto difficile da realizzare. Noi sardi siamo da una parte abituati a dipendere dallo Stato e dall’altra a reagire in modo anomalo. Finché non maturiamo l’idea che non siamo né meglio né peggio degli altri non possiamo pensare di poter essere autonomi. I sardi si dividono in due grandi categorie: quelli che credono che tutto ciò che arriva da fuori è meglio di ciò che abbiamo e quelli che pensano che “salsiccia e formaggio come i nostri in Continente non ce n’è…”. In ogni caso, finché non combattiamo ad armi pari è difficile avere una coscienza indipendentista, nel senso che questa, se può esistere, va formata attraverso il dialogo e la conoscenza del prossimo. L’alluvione del mese scorso ha mostrato al mondo un popolo sardo “dignitoso”. Bisogna però chiedersi se ciò che gli italiani hanno letto negli occhi di quanti hanno visto scomparire le proprie case e i propri cari era dignità o silenziosa disperazione. Di certo tutti noi abbiamo percepito uno Stato ancora più lontano e un’occasione di unificazione mancata. Si è creato un vuoto ancora più grande, che deve farci riflettere, anche se molte delle colpe per l’accaduto sono nostre, e l’atteggiamento rispetto all’ambiente e al paesaggio da noi non è diverso da quello dei “continentali” che vivono nei luoghi colpiti, sulla penisola, da disastri ambientali, purtroppo sempre di più numerosi. Oggi l’unico ponte tra l’isola e gli altri è la tv , che non soltanto uniforma, ma lobotomizza. In Sardegna una volta erano le gare di poesia a raccontare il mondo più vasto, oltreché quello più piccolo. Non dico che oggi debba ancora essere così, perché ne risulterebbe un’involuzione, ma è certo che ci si è mossi troppo in fretta. Forse non eravamo pronti. Un detto sardo rammenta che “s’abba not immentigat”. Siamo noi che abbiamo la memoria corta».

Le identità sono anche quelle dei migranti. Durante “Shortime”, stasera, “Viaggi di ritorno”, il concerto di Zamua, farà riferimento a un’esperienza personale che intreccia mondi, culture, sensibilità. E aggiunge il tema del distacco. E del ritorno...

«Distacco e ritorno sono in fondo anche i temi della nostra, di emigrazione. Temi fondamentali in questo momento storico, ai quali la musica e l’arte possono dare risposte concrete. Il concerto di Zamua, artista africano-nuorese che oggi vive a Parigi, assume connotazioni molto interessanti perché attraverso la musica racconta un viaggio che, nel suo caso, è fortunato e fruttuoso. Ma “Vuoti a rendere”, il titolo della nostra rassegna natalizia, guarda anche all’abisso di un Mediterraneo offeso e alla resa di fronte a un problema grave come quello della migrazione nordafricana. Questo ci riallaccia, in qualche modo, alla serata del 28 dicembre a Nuoro, che oltre al concerto di Zamua prevede un buffet con la cucina di vari Paesi del mondo. Personalmente vedo la Sardegna come una grande tavola multietnica, capace non soltanto di accogliere persone di varie provenienze che portano le proprie pietanze, ma capace anche di mescolarle, quelle pietanze, per farle diventare un piatto comune nel quale tutti possono mangiare. Altrimenti che senso avrebbe il portare qualcosa che poi si mangia da soli? E ovviamente anche una tematica come questa include indipendenza e conoscenza del prossimo, che significano poi rispetto reciproco e cooperazione».

Nel programma di “Shortime” c’è anche una mostra fotografica di Gigi Murru intitolata “Quello che lasciamo”. Anche qui il viaggio e il distacco “su disterru”; con l'occhio rivolto a due comunità, quella nuorese e quella berchiddese, dove immigrazione ed emigrazione si incontrano...

«Il progetto fotografico di Gigi Murru, curato dell'associazione culturale Madriche, indaga il tema dei movimenti migratori partendo dalla comunità nuorese per estendersi a quella berchiddese. Luoghi in cui immigrazione ed emigrazione si incontrano mettendo in luce i loro punti in comune. L’intento del progetto fotografico è quello di individuare un legame in ciò che chi parte lascia nella propria casa: qualcosa o qualcuno che, per volontà o per costrizione, non si è potuto portare con sé. E’ nello spirito che noi di “Time in Jazz”, da anni, sentiamo nostro, coscienti di un ruolo che non è soltanto artistico ma anche sociale».

La vergogna di Lampedusa. Perché, in particolare in Italia, si fatica a guardare al problema dell'immigrazione con un'ottica che non sia solamente difensiva? Serve chiudersi in un fortino?

«Ciò che succede a Lampedusa è ignobile e inaccettabile. Abbiamo dimenticato che in un altro tempo siamo stati noi italiani a partire, e non solo dal Sud dell’Italia. Per essere trattati come infami. In Francia, paese che abito ancora, gli italiani venivano chiamati “Ritals”, e non certo in senso positivo. E ancora se ne parla nei ricordi dei nostri emigrati, nonostante noi italiani, in genere, abbiamo la memoria corta su mille temi, compreso quello della Sardegna alluvionata, di cui già si comincia a discutere meno. Abbiamo bisogno degli immigrati, ma non lo ammettiamo. La nostra società si sta modificando con una velocità elevatissima. Ci chiudiamo perché crediamo che gli immigrati ci rubino il lavoro o perché ne abbiamo paura. Se la diffidenza verso gli stranieri era plausibile in un passato di qualche centinaia di anni fa (per ciò che la Sardegna ha vissuto a causa delle razzie e dei soprusi che venivano dal mare), oggi le cose sono cambiate. Ritengo che ci sia soprattutto un problema di deficit di cultura. Soltanto attraverso un confronto con la diversità si può crescere. Ma quando si è insicuri di se stessi, si ha paura ad accostarsi al prossimo. Attraversiamo uno dei momenti più incerti della nostra storia recente. In questa situazione, un ruolo fondamentale può giocarlo la cultura, perché apre le menti e permette di vedere il mondo con altri occhi. Apre al dialogo. Sarebbe necessario investire in cultura molto di più, ma ciò nel nostro Paese non avviene. La conoscenza è considerata un bene effimero. E finché, per ignoranza, si continuerà a pensare che la diversità è un pericolo, sarà impossibile cogliere i lati positivi dell’immigrazione. Per fortuna nel mondo della musica e dell’arte in genere questi problemi non ci sono. Prevale nettamente il dialogo».

La tua ricerca musicale si intreccia spesso con un'attenzione forte alle dinamiche sociali e culturali che muovono il mondo contemporaneo. Perciò vorrei concludere questa intervista con la citazione di alcuni versi da una canzone, “There is no time” (1989), di un grande della musica, Lou Reed, e chiederti un commento: “Questo non è tempo di festeggiamenti/questo non è tempo di bande musicali/questo non è tempo di ingoiare la rabbia/questo non è tempo di ignorare l'odio/questo non è tempo di voltarsi da una parte e bere/Questo è il tempo di raccogliere le forze/di prendere la mira e di attaccare”.

«Già. Parole sante quelle di Lou Reed. Consiglio a tutti di leggere la lettera scritta dalla violinista Laurie Anderson, sua compagna da sempre, subito dopo la morte della rockstar. E’ un esempio di onestà, libertà, passione e soprattutto amore vero e attaccamento all’esistenza. Una sorta di manifesto alla vita che dovrebbe guidarci tutti, soprattutto nei momenti difficili, e al di là di qualsiasi fede religiosa, geografica e stato sociale. Detto questo, mi permetto ci citare un aforisma di Heinrich Heine che recita: «Dove le parole

finiscono, inizia la musica». Forse ci sono dei momenti in cui il silenzio è l’unica arma di combattimento. E in questo, a volte, i sardi sono dei veri maestri. Ed è per lo stesso motivo che a noi piace credere di poter cambiare il mondo con i suoni».

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