Un’isola libera di decidere il proprio futuro

Autonomismo, federalismo e sovranismo. Ipotesi a confronto nel nuovo libro di Soddu

S’intitola “Sardegna. Il tempo non aspetta tempo” lo snello volume che Pietro Soddu pubblica in questi giorni nella collana del Centro di studi autonomistici “Paolo Dettori” (Edes editrice, 180 pagine, 10 euro). Quasi un pamphlet, ma solo nella struttura esteriore, perché il contenuto rispecchia dolorosamente il senso del titolo: il tempo che è rimasto è poco, ed è il tempo per ripensare il destino dell’Autonomia. Così il libro si presenta, come dice il sottotitolo, come un “Dialogo fra un Autonomista, un Federalista e un Sovranista”, dunque affidando il cuore stesso del dibattito politico attuale nell’isola (e sull’isola) a tre personaggi che però fanno ciascuno un tutt’uno con la tesi che difendono e, come trasparentemente annuncia il loro stesso nome, propongono come soluzione del problema.

Rapidi cambiamenti. La quantità e la dimensione stessa dei problemi posti alla Sardegna dalla condizione attuale del mondo non tollerano ritardi ulteriori. La riflessione di Pietro Soddu si propone come una ricapitolazione generale di tutta la storia autonomistica. E da fare in fretta, perché il tempo dei cambiamenti non solo è venuto, ma rischia persino di farsi in briciole prima che se ne possa profittare. Momento di una riflessione collettiva che verrebbe fatto di dire epocale, se non altro per significare che l’epoca presente stessa, con i suoi così rapidi cambiamenti e con l’urgenza delle soluzioni, postula un ripensamento anche doloroso, ma di più largo – cioè di meno localistico e provinciale - orizzonte possibile, piuttosto che la superficialità d’un approccio che prenda per alibi l’emergenza in cui ci troviamo. Il discorso, perciò, ricomincia dalle origini: il tema del dialogo fra i tre interlocutori è quasi quello stesso che si pose al momento della fondazione dell’autonomia regionale e più ancora venne prendendo corpo man mano che l’esperienza di governo portava sul tavolo dei responsabili non solo gli interrogativi immediati, concreti, ma anche la necessità di ripensare il momento in cui l’Autonomia aveva gradatamente cominciato a prendere corpo già nella fase iniziale del suo funzionamento.

Segni trascurati. Sarebbe facile sostenere che almeno nel primo decennio di vita del sistema di governo autonomistico il coraggio con cui furono affrontate le mille (e poco meno che millenarie) deficienze dell’isola nella stessa apparecchiatura dell’organizzazione della vita quotidiana – mi è capitato di chiamarlo il “decennio di ricostruzione” e di darne un giudizio forse affrettatamente limitativo – fa aggio sulla richiesta, che già emergeva, di un immediato ritorno ai temi del dibattito che aveva preceduto la “conquista” dello Statuto speciale: un momento pure piuttosto confuso e sostanzialmente debole, non solo sul piano ideologico. I segni c’erano, ma furono colpevolmente trascurati: quando apparvero, sul finire di quel decennio, le obiezioni dei “Giovani turchi sassaresi” (“Uscire dall’immobilismo” era la brusca richiesta del “Democratico”, periodico del gruppo) c’era già stata, nel 1957, una intervista molto critica di Giuseppe Masia, diventato ormai un democratico cristiano moderato e scrupoloso dopo una giovinezza poco meno che separatista nel famoso “gruppo di Pozzomaggiore” , che sulla rivista dei comunisti Renzo Laconi e Girolamo Sotgiu già squadernava un cahier de doléances nei confronti dell’organizzazione e del funzionamento della Regione. Ma emblematico resta il telegramma con cui il 2 febbraio del 1948, a meno di 48 ore dal voto della Costituente, i sardisti chiesero all’Alto Commissario una riunione urgente della Consulta per protestare contro la debolezza dell’Autonomia che ci era stata riconosciuta.

Da allora la politica sarda (dovrei dire il meglio della politica sarda: quelli che pensavano – e ce ne saranno ancora, certo – a promuovere gli interessi della Sardegna invece che al mantenimento di un potere tutto clientelare – e ce ne sono stati anche in altri tempi) ha macinato giudizi, lamentele, proteste e proposte di modifica dello Statuto. In modi e tempi diversi: forse gli anni 1956-1966 sono stati i più intensi, l’ultimo ventennio il più ricco di proposte ma insieme il più disordinato, soprattutto sotto l’impulso di una riemergente e multiforme spinta separatista. In questo clima la soluzione federalista ha ripreso forza anche come luogo di intermediazione fra il semplice rafforzamento dell’autonomia così com’è (una tattica conservatrice mascherata da approfondimento dei dettagli) e la radicalità di una separazione che rischierebbe di tagliare i legami con quella storia che invece si chiama a supporto delle proprie tesi.

Storia e valori. Soddu non sceglie. Praticamente è come se volesse entrare nel dibattito non per proporre e sostenere una sua specifica soluzione, ma volesse piuttosto offrire il materiale storico e ideologico per progettarla al meglio, tenendo conto di che cosa vale salvare del patrimonio identitario, rivisitato nelle analisi di queste pagine nel quadro della situazione presente, caratterizzata nell’economia e nell’universo valoriale dalla potente espansione di un capitalismo senza regole che ha creato la globalizzazione e ne gode egoisticamente i frutti. Vengono così in primo piano soprattutto i diritti del cittadino, delle classi e delle regioni marginali (di cui la Sardegna è parte integrante) e la dichiarazione della necessità di ripensare in chiave eminentemente culturale l’eredità dei padri e anche le esperienze concrete dell’intero periodo autonomistico. Una riflessione, peraltro, capace di coniugare le tensioni più resistenti della fase presente di questo dibattito con l’universo insostituibile dei diritti dell’uomo e del suo ambiente.

Fare in fretta. Una sorta, dunque, di “manuale di istruzioni” per quel lavoro di rimeditazione dell’autonomia e del suo futuro (immediato, perché immediata è l’urgenza di una riforma radicale, ma allo stesso tempo eminentemente centrato sul futuro) di tutta la storia autonomistica. Tra i protagonisti di questa storia Soddu è forse il conoscitore più attento, lo sperimentatore più coraggioso degli accadimenti più favorevoli

e delle insoddisfazioni più profonde. Qui, in qualche misura rinunciando alla sua passione di leader che non ha deposto le armi d’un pensiero e d’una politica, non fa né il profeta né il maestro. Ma il suo invito a riflettere (e a riflettere secondo queste categorie) pare difficile da ignorare.

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