La Sardegna rivoluzionaria della moglie del Capitano

“L’alba di Joyce”, una figura straordinaria nei suoi tratti pubblici e privati

La prima volta che ho visto Joyce Lussu è stato al mio paese contadino del secondo dopoguerra, a Guasila, durante la campagna elettorale del 1948. Io avevo otto anni e lei ne aveva trentasei. Emilio Lussu era venuto a tenere un comizio per il Fronte Popolare. C’era anche lei. E da allora non ho mai visto lei senza che vedessi o pensassi anche a suo marito, al Capitano Lussu. Me la ricordo vestita di stivali, pantaloni da cavallerizza, camicia bianca da amazzone, frustino e non so che altro di nuovo e di strano, per me. Però strano e forestiero in modo tutto positivo. Da qualche parte, forse, doveva avere anche il cavallo. Oppure quella era allora la sua tenuta di campagna, specie in Gerrei e Trexenta.

La moglie del Capitano. Quella è la moglie, dicevano, la Moglie del Capitano, del capitano Lussu. Che bella. Eh sì che era bella. Bella quanto insolita e imponente, nuova che più nuova di così non era possibile essere per una donna, a Guasila, in quell’ormai lontano dopoguerra. Era proprio vestita da moglie del capitano. Lussu lo conoscevo già. Tutti quelli che avevano fatto la Prima Guerra ne parlavo sempre. Per me da allora e per sempre Joyce Lussu è la Moglie del Capitano. Credo che anche lei si sentisse qualcosa del genere, fino alla morte, come compagna di Lussu. Compagna in molti sensi del termine. Anche come militante di molte battaglie antifasciste, lei così bellicosamente antimilitarista. E anche così totalmente sarda e sardista, pur essendo e restando toscana, inglese, marchigiana, francese, europea: un plurimo innesto sull’olivastro sardo del Gerrei. E ora pare che i sardisti di oggi, specie se indipendentisti, non apprezzino molto il pensiero politico sardista, l’opera di poligrafo e l’esperienza politica di Lussu, tanto meno, temo, nella versione di Joyce. Perché né Emilio né Joyce Lussu erano indipendentisti, per lo meno non alla maniera di oggi, che è varia, multiforme e spesso in disaccordo reciproco.

Solo autonomisti. Eppure, quasi come consiglio non richiesto agli indipendentisti sardi, potrebbe dirsi che Emilio e Joyce Lussu debbano essere interamente “recuperati” a ogni e qualsiasi ipotesi di autogoverno e di indipendenza sarda, sebbene ai loro tempi siano stati “solo” degli autonomisti. Forse Joyce, ancora più di Emilio, nelle loro diverse intransigenze,non erano proprio dei maestri esemplari nel far sì che le battaglie, sia in guerra sia in politica, si vincono davvero quando si riesca a inglobare e a ‘compatire’ nella propria visione e nella propria strategia le visioni e le strategie differenti e persino avversarie. Ma le attuali ipotesi indipendentiste organizzate in partito in Sardegna sembrano impegnate quasi solo a individuare nemici, anche nei sardismi del passato e del presente, e a volte proprio nel popolo sardo, che non li segue quanto i vari sardismi auspicano.

La Sardegna e i sardi, al di là delle circostanze storiche e dei luoghi dove le venture politiche li portavano, sono un rifugio psicologico, un’anima di riserva, il luogo di ogni possibile radicamento e progettazione del futuro. Con “fanatismo” (come Emilio stesso scriverà più tardi), nei primi tempi della seconda guerra mondiale pensa allo sbarco in Sardegna di un manipolo di arditi antifascisti, come primo passo di un progetto insurrezionale più ampio da portare su tutto il territorio italiano occupato. Assoluto era l’affidamento che egli faceva sulla disponibilità dei sardi ad insorgere.

Un’idea della Sardegna. Incondizionata era la convinzione della sua capacità di dirigere sentimenti antifascisti dei sardi e di risvegliare un sovversivismo antistatuale, sopiti ma a suo parere sempre diffusi specialmente nelle campagne sarde. E di ciò in tutta evidenza ha convinto anche Joyce.

Questa idea della Sardegna quasi come punto focale della guerra al nazifascismo, accarezzata negli anni più tormentati dell’esilio, non abbandona mai i coniugi Lussu. Al confino continuano a ricercare contatti con la Sardegna: non soltanto i contatti epistolari con la madre o suocera, e quindi con Armungia, e i rapporti ininterrotti con alcuni fidati militanti sardisti residenti in diversi villaggi sardi, ma anche le conferenze politiche agli emigrati sardi in Francia, le spedizioni in Corsica per studiare le possibilità insurrezionali in Sardegna. Tutto ciò rientra in un disegno politico-insurrezionale lungamente meditato, ma specialmente appare come un’esigenza psicologica: credere di poter continuare a disporre di quell’enorme risorsa morale e fisica di forze, di quel potenziale democratico ed antifascista senza eguali che sono per loro i sardi.

Memoria popolare. E i sardi? Qual era il giudizio dei sardi su Lussu e quale il ricordo che ne ha conservato chi lo aveva conosciuto, e con lui della compagna di vita di un Lussu che è stato e resta ancora un grande mito popolare. Per lui, per il capitano Lussu, non pare che fattori che potrebbero apparire decisivi come il mestiere di politico, le alte responsabilità pubbliche, le qualità di scrittore universalmente riconosciute abbiano avuto il maggior peso nella formazione del mito di Lussu, e in parte anche di Joyce. Chiara e generalizzata appare invece nella memoria popolare la connotazione di Lussu come uomo di grande coraggio fisico e morale: il combattente valoroso in guerra e il capo che contrasta i fascisti armi alla mano, e ne uccide anche, sono i dati della biografia lussiana che hanno colpito la mentalità della gente e che più vivi restano nel ricordo popolare. Subito dopo, quasi sullo stesso piano, sta il Lussu tribuno, oratore di straordinaria efficacia, suscitatore di entusiasmi nelle piazze. Un’ammirazione e una simpatia istintiva che nascono dalle qualità umane della persona, ma che sono sorrette dalla percezione che Lussu rappresentasse un’alternativa radicale al modo tradizionale di essere dei ceti dirigenti nelle campagne sarde.

Femminismo concreto. Con Emilio Lussu rispetto a tutti i sardi, anche Joyce Lussu per lo meno rispetto ai ceti colti dell’isola, ha contribuito a far maturare nei sardi, e in non poche donne sarde soprattutto lettrici delle sue prose e delle sue poesie, una volontà e una capacità di gestire e di autogestirsi, anche sulla base di questa immagine di donna forte e decisa compagna di uomo integro e abile, di ampia diffusione popolare in

Sardegna. Sarebbe più incerto e difficile il cammino che stiamo percorrendo oggi e da percorrere in futuro, e magari anche a ritroso per capire il nostro passato, senza intendere l’incidenza delle figure e dell’opera complessiva sia di Emilio sia di Joyce Lussu.

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