Nel sottosuolo del Sinis l’antica città nuragica dei Giganti di Mont’e Prama

Le rilevazioni sono state eseguite nel sottosuolo con i georadar dall’università di Cagliari. Individuati blocchi di pietra enormi: sono i resti della città dove nacquero i Colossi?

CABRAS. Le meraviglie che gli occhi vedono sono una goccia nel mare di un mondo antico, non certo piccolo, che ancora resta sepolto sotto una vastissima distesa di terra. Il Sinis potrebbe essere un giacimento di tesori. No, togliamo il condizionale, perché lo scrigno sarà aperto e brillerà come oro al sole, non appena una pur piccola parte di quelle tonnellate di terra sparirà da quei dolci rilievi coltivati a grano che si affacciano da un lato sullo stagno di Cabras e dall’altro su un mare incantato.

I dubbi, al momento, appartengono solo alla proverbiale prudenza scientifica che però si appresta a essere spazzata via, proprio come quella terra che gli scavi rimuoveranno dalla zona di Mont ’e Prama. La Soprintendenza e le università di Cagliari e Sassari si apprestano a dare vita a una nuova campagna di ricerche archeologiche, che però non sarà un salto nel buio. Le prossime indagini degli archeologi sono state infatti precedute da un lavoro scientifico effettuato dall’équipe del laboratorio di Geofisica ambientale del dipartimento della facoltà di Ingegneria civile, ambientale e di architettura dell’università di Cagliari. Guidati dal professor Gaetano Ranieri, i ricercatori hanno compiuto un esame del sottosuolo con un mezzo all’avanguardia che ha già dato i suoi frutti nelle campagne condotte a Santa Maria di Neapolis a Terralba.

L’università di Cagliari è l’unica al mondo a possedere questa apparecchiatura modernissima, fatta di sedici georadar, posizionati a una distanza di dodici centimetri l’uno dall’altro che vengono trascinati da un’auto a una velocità mai superiore ai venti chilometri orari. Questa strumentazione permette di esaminare il sottosuolo da una profondità che va dai cinquanta ai centottanta centimetri. Grazie ad essa, poi, un esperto è in grado di rilevare le anomalie nel sottosuolo e per anomalie si intendono elementi che non sono componenti naturali del terreno.

Nella zona di Mont ’e Prama, di queste anomalie ne sono state rilevate ben 56mila. Sono pietre di dimensioni superiori a quelle che si dovrebbero trovare in quell’ambiente. Hanno un diametro che supera i quindici centimetri e quindi devono per forza essere elementi non “naturali”. Tanto più che, sebbene ancora nessuno voglia lanciarsi in ipotesi prima di avere davanti agli occhi la meraviglia del Sinis, spesso queste pietre o questi massi sono posizionati in maniera geometrica.

È un disegno che la natura non può aver fatto. È qualcosa di umano, talmente umano da essere risultato per decenni impensabile. Qualcosa di assolutamente straordinario, motivo per cui le coordinate esatte della prossima ricerca sono state secretate. Forse è un santuario, il più grande santuario dell’isola di epoca tardo nuragica. Ma forse è addirittura di più, ad esempio una metropoli, se si considerano le dimensioni delle città dell’epoca, perché non sarebbe solo il terreno vicino a quello dove sono state trovate nel 1974 le statue a finire sotto la lente di ingrandimento degli archeologi.

Per questo motivo si sta preparando una sinergia che vedrà in campo le migliori forze della Soprintendenza e delle università di Cagliari e Sassari, con due finanziamenti differenti, uno da 700mila legato al Progetto Arcus del Ministero e uno da 200mila che finanzia il Progetto Archeologia Mont ’e Prama che impegnerà anche gli studenti della scuola di specializzazione di archeologia Nesiotikà dell’università di Oristano. E da Oristano, l’archeologo Raimondo Zucca per prima cosa garantisce sulla bontà delle ricerche già effettuate dall’équipe del professor Gaetano Ranieri. «Nel caso di Santa Maria di Neapolis nel territorio di Terralba sono state di una precisione incredibile», spiega, prima di soffermarsi sul caso Mont ’e Prama e di lasciarsi andare all’ottimismo. «Oltre all’esame scientifico del sottosuolo ci sono poi da fare altre valutazioni – prosegue Raimondo Zucca –. Penso che una necropoli non giustifichi statue di dimensioni pari a quelle già trovate. Siamo per lo meno di fronte a un grande santuario». Ma c’è dell’altro; c’è un cambio di fronte che ormai inizia a farsi strada sempre più prepotentemente anche negli ambienti scientifici e non è più relegato esclusivamente alla mitologia politica. «I giganti dimostrano che la Sardegna, nel Mediterraneo occidentale tra il nono e l’ottavo secolo avanti Cristo – afferma l’archeologo –, era una terra di uno straordinario livello culturale. E questo significa che i sardi avevano notevoli risorse e proponevano politiche di scambio a livello internazionale. Una sfilata di statue come quella di Mont ’e Prama è emblematica della presenza di un potere governativo molto solido e ricco».

C’è un cambio di visione rispetto agli studi passati. «Non è enfasi riconoscere alla Sardegna un ruolo fondamentale nella storia del Mediterraneo di quel periodo storico – conclude Raimondo Zucca –. I sardi non sono sempre stati schiavi e dominati. I sardi trasportano le loro merci in Andalusia, nel Nord Africa dal Marocco alla Libia. Le vecchie tesi non reggono più e oggi si inizia a fare i conti con un crogiolo di culture

in cui i colonizzatori fenici e le popolazioni autoctone per secoli hanno vissuto l’una accanto all’altra, convergendo in interessi e traffici economici. Erano comunità miste sino al momento in cui Cartagine non cambiò la storia di questi rapporti amichevoli».

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