Quando il pentito Balia saltò in aria con la Ritmo

L’attentato in Provenza dove cercava di sfuggire alla vendetta dell’Anonima Dopo 23 anni non sono mai stati individuati né i mandanti né gli esecutori

NUORO. Nelle aree più calde della criminalità organizzata dell'isola (Barbagia e Ogliastra in particolare), il ricorso all'esplosivo come mezzo per provocare la morte è da considerare un'eccezione. E questo nonostante l’uso della dinamite come sistema di intimidazione, oppure per arrecare volutamente gravi danni ad abitazioni e mezzi, negli ultimi quarant'anni sia stato all'ordine del giorno. Per uccidere, invece, il mezzo preferito è sempre stata l'arma da fuoco, come dimostrano centinaia di omicidi commessi nello stesso arco temporale in queste stesse zone della Sardegna: i fucili da caccia, ma anche i mitra e in diversi casi le pistole, in mano a criminali esperti danno risultati superiori rispetto all'esplosivo, meno semplice da maneggiare.

Dettagli. Ecco quindi che l'attentato a Lanusei è da ritenere il primo caso del genere riuscito in Sardegna, il secondo se si considera la morte di un personaggio di spicco della criminalità isolana avvenuta ventitré anni fa in un paesino dell'entroterra di Marsiglia. Un delitto nel quale di estraneo c'era soltanto la zona di esecuzione, mentre tutto il resto era da considerare di matrice inesorabilmente barbaricina, a partire dal movente. A saltare in aria, la mattina del 12 novembre del 1991, era stato Alberto Balia, 37 anni, di Mamoiada. Si era trasferito, o meglio nascosto, ad Auriol, in Provenza, per sfuggire alla vendetta dei suoi ex complici della Superanonima sequestri, protagonista di una clamorosa serie di rapimenti alla fine degli anni Settanta. L'organizzazione venne sgominata dopo indagini durate anni e grazie alla collaborazione di alcuni elementi della banda, tra i quali appunto Balia, che aveva così segnato la sua sorte. I nemici, dopo aver colpito duramente i suoi familiari, lo avevano cercato per anni, riuscendo alla fine a rintracciarlo ad Auriol nel 1991, dove il giovane di Mamoiada si era rifugiato con la moglie e la figlia. Ma ucciderlo con i sistemi tradizionali non era semplice, anche per via delle precauzioni che l’ex bandito prendeva. I suoi assassini decisero così di entrare in azione utilizzando un sofisticato sistema composto da esplosivo al plastico con detonatore, da azionare a distanza con un telecomando.

Abitudini. Balia parcheggiava la sua auto, una Fiat Ritmo, accanto al muraglione dell’argine del fiume che attraversa il paese. Ogni mattina presto l’ex bandito metteva in moto l’auto e si recava in un cantiere edile dove aveva trovato lavoro come muratore. Un’azione rischiosa, che poteva provocare altre vittime perché nella zona erano parcheggiate anche altre vetture. La scelta del telecomando a distanza venne molto probabilmente fatta per avere la certezza che l’uomo che entrava in macchina fosse il pentito e che al momento nelle vicinanze non si trovassero altre persone.

Tecnica. Il plastico venne collocato tra il vano motore e l’abitacolo, sinché la mattina del 12 novembre non si presentarono le condizioni favorevoli: appena Alberto Balia chiuse lo sportello (evitando così inconsapevolmente che l’onda d’urto trovasse uno sfogo esterno) l’assassino che studiava i suoi movimenti premette il bottone: l’esplosione, violentissima, ridusse in pezzi la vettura, provocando danni alle auto vicine e ai vetri delle case. Il corpo di Balia, che morì sul colpo, venne scaraventato nella parte posteriore della vettura.

Caso insoluto. Sull’episodio, oltre alla Gendarmerie francese, indagarono anche l’Interpol e gli investigatori italiani, ma non si riuscì mai a trovare gli esecutori materiali dell’attentato né i mandanti, anche se il movente era più che chiaro.

Metodologie. Il sistema utilizzato ad Auriol ricordava molto da vicino quello usato appena un anno prima proprio a Mamoiada, il 24 marzo del 1990, in uno dei periodi più turbolenti della criminalità barbaricina. Quella volta l’esplosivo doveva servire a bloccare la corsa di un’auto blindata, a bordo della quale viaggiavano Gianni e Marcello Mele, fratelli dell’ex superlatitante Annino Mele, catturato nel 1987. In quell’occasione la potente bomba, azionata a distanza, serviva a raggiungere un duplice scopo: uccidere i due fratelli con un’azione clamorosa e dare il senso della potenza dei loro nemici e della volontà di vendicarsi. In quel periodo si parlò addirittura di “palermizzazione” della criminalità del centro Sardegna: non perché ci fossero infiltrazioni mafiose ma per il sistema utilizzato per raggiungere lo scopo. Il piano, comunque, non andò in porto soltanto per una circostanza fortuita: il potentissimo ordigno sistemato ai lati della strada Mamoiada-Nuoro esplose una frazione di secondo dopo il passaggio dell’Alfetta dei fratelli Mele, che così riuscirono a scampare per un soffio alla morte. Mandando in fumo un piano studiato nei minimi particolari: le indagini riuscirono ad appurare che gli assassini erano appostati nella zona da diversi giorni, in attesa del momento del passaggio dell’auto delle vittime designate. Sul posto, infatti, si trovavano diverse persone armate di Kalashnikov, con i quali avevano aperto il fuoco subito dopo l’esplosione, senza però riuscire a bloccare l’Alfetta blindata.

Il nuovo agguato. Ma Gianni Mele aveva i giorni contati: appena un mese dopo,

il 23 aprile del 1990, i suoi nemici decisero di affrontarlo direttamente nel centro di Mamoiada: il giovane venne raggiunto da una valanga di piombo, in pieno giorno, mentre passava con la sua moto in un vicolo a pochi metri dalla strada principale del paese.

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