«Abusivi? Abbiamo risanato dei ruderi»

Il caso della Batteria dei Colmi. Gli abitanti: «Tutti mettevano a posto dove e come potevano». E ora la minaccia delle ruspe

INVIATO ALLA MADDALENA. Cinquanta metri quadrati abitabili, prospetto in mattoni, tegole. Ginepri fenici, palme e piante grasse nel giardino d'acceso. «Ho valorizzato questo rudere», descrive Roberto Marche nel pomeriggio di una giornata dominata da nubi scure, al rientro dall'appuntamento con il giudice di Tempio che ha appena sospeso sine die l'ordinanza di demolizione di questo che agli atti della procura della Repubblica è rubricato come abuso edilizio. Oltre le nubi qui è palpabile nell'aria il timore che le ruspe della Procura riaccendano presto i motori. Lo alimenta l'arrivo di una squadra di uomini dell'Esercito ospitati dalla Marina militare.

Verdetto. Siamo nella zona Batteria dei Colmi. Per Roberto Marche e alcuni altri destinatari delle ruspe il verdetto che sanciva l'abbattimento del manufatto risale al 1996, per altri le date sono differenti ma per tutti si tratta di decisioni definite irrevocabili dal magistrato. Roberto Marche, assistito dall'avvocato Giacomo Serra, si lascia alle spalle la paura di ritrovarsi la casa ridotta in un cumulo di rifiuti inerti. «La Regione ha fatto valere il proprio titolo di proprietà sulla costruzione – spiega Roberto – , la demolizione verrebbe effettuata su un bene pubblico e avrebbe procurato un danno all'erario».

Abbandono. Roberto Marche, 48 anni, vive qui con la moglie e la loro figlia. «Ci sono da diciassette anni. Cominciai a fare qualche lavoretto per recuperare il rudere nel 1991. Fino ad allora questi edifici erano tutti in abbandono. Tutti mettevano a posto dove e come potevano. Dopo sei anni sono riuscito ad abitarci. Non avevo casa, non avevo alternative, ci stavamo per sposare e aspettavamo la nascita della bambina». Messo a nuovo il pavimento, rigenerate le pareti, sistemato il tetto, per Roberto Marche arriva subito anche la sentenza di demolizione. Per lui, come chi l'ha ricevuta prima e chi poi, vengono in salvo le grandi capienze dei cassetti dove tutto si dimentica. «Ma oggi la Procura ragiona sulla base della situazione attuale». Energia elettrica e acqua erano state slacciate nei giorni scorsi, in previsione dell'arrivo delle ruspe. «Ora siamo ospiti dai vicini». Una situazione analoga pochi metri.

Dirimpettai. Più avanti, sulla Batteria dei Colmi, dove la strada si consuma sull'anfiteatro artificiale incorniciato tra graniti e il mare, hanno casa i fratelli Soma, Emanuele, ottant'anni e Giovanni Andrea, tre di meno. Un rudere ciascuno, dirimpettai. Il primo ha virato i guai con un annullamento recente dell'ordine di demolizione. Anche qui la titolarità della Regione è stata decisiva. Sul più giovane incombe il braccio delle ruspe. Lunghi anni di lavoro nelle miniere, in Olanda, in Belgio. Poi la crisi, la disoccupazione, il rientro dopo il divorzio e la nascita di due figli. «Sembrava che qui ci fosse qualche bagliore di lavoro, nel ’92. Ero in affitto, ma anche il poco lavoro finì. Occupai questo rudere e con le mie poche possibilità e con le ie braccia lo riparai».

Due camerette. L'ha riparato anche all'esterno, facendolo crescere di due piccole camerette dove prima c'era la latrina. L'abuso c'è e nessuno lo nega. Andrea non paga risarcimenti o canoni, nessuno gli ha chiesto nulla. Emanuele, originario di Chiaramonti, i conti li ha fatti, cinque anni fa. «La Regione mi chiese 24mila euro come affitto per i successivi cinque anni. Ho preso un mutuo e li ho pagati». Vive ogni giorno il terrore di trovarsi alla porta un altro funzionario che gli chieda di saldare o anticipare qualcos'altro. «Come faccio, chi mi aiuta più a quest'età. Non so neppure come sarà domani».

Nessuna speranza. Chiusa la Magneti Marelli, la Fiat lo mise alla porta, come tanti altri. «Avevo 26 anni di contributi, 56 d'età e più nessuna speranza. Tornai in vacanza con mia moglie per alcuni giorni, trovai mio fratello che da solo riparava il suo rudere. Vidi quello dall'altra parte della strada nel quale armeggiava un altro signore: capii che non ce l'avrebbe fatta.

Mio fratello mi fece sapere dopo due anni. Tornai, con i pochi risparmi pagai il mio predecessore abusivo per i lavori fatti e mi insediai io. Continuai i lavori. Con quei pochi denari feci lavorare alcuni altri disgraziati come me che stavano a La Maddalena».

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