Contratto d’area, sogno depredato e ridotto in macerie

Viaggio nel capannone della Techma, chiusa dal 2004 Simbolo del flop dei progetti nella zona di Ottana-Bolotana

BOLOTANA. Il grande portone in ferro è appena accostato. Pronto per essere aperto quando si vuole. Ed entrare indisturbati. Soprattutto di notte, per fare razzia. Benvenuti nella terra di nessuno. Accomodatevi, muniti di stivali e mascherina, all’interno di un capannone di oltre duemila metri quadri dove il tempo si è fermato da dieci anni. E dove sembra sia passato uno tsunami. A guardarsi intorno ci si ritrova in un ambiente surreale: tutto sottosopra e messo a soqquadro. Macchine e strumenti costati migliaia di euro sono lì, ammutoliti e inservibili. Su un cartellino buttato in mezzo alla polvere che doveva essere di un operaio (matricola 187) c’è scritto il nome di quella che, un tempo, era una fabbrica: Techma Srl – progetto n. 12954/98. Un progetto del Contratto d’area di Ottana, sponda Bolotana. Tutto finito e, forse, mai cominciato.

L’illusione. Eppure quella fabbrica, stando alle schede illustrative del 1998, anno di nascita del Contratto d’area che venne firmato a Roma in pompa magna, avrebbe dovuto produrre telai per biciclette sportive in fibre al carbonio. Biciclette made in Sardegna per il giro d’Italia. Occupazione prevista a regime: 49 lavoratori. Sette milioni di euro l’investimento previsto, sei dei quali a totale carico dello Stato. Tutto con i fondi pubblici. Un investimento ambizioso e – si diceva allora – dal mercato sicuro, nel nord Italia. Per qualche anno, quella fabbrica, ha funzionato davvero. Giusto il tempo di incassare due trance dei contributi pubblici: poco più di 4 milioni di euro corrispondenti al 67 per cento dell’investimento totale. Poi la chiusura e il fallimento dell’azienda decretato dal tribunale di Oristano il 31 marzo del 2011. Così comincia e finisce la storia della Techma Srl, una delle 29 iniziative industriali del Contratto d’area di Ottana. L’attività, proposta dall’imprenditore cagliaritano trapiantato in Piemonte, Sergio Abis, lo stesso che ne propose una analoga nel Sulcis mai decollata, è cessata il 6 febbraio del 2004.

Tutti a casa. Le lettere di licenziamento mandarono a casa una ventina di giovani, tutti assunti con contratto di formazione lavoro. “Licenziamento per cessazione di attività, scrisse allora la direzione aziendale. La fine di un sogno per quei giovani che avevano creduto in un lavoro sicuro. Ma anche la certificazione di un investimento fallimentare costato allo Stato 4 milioni di euro che finora nessuno ha restituito.

In balìa dei ladri. Quel capannone di 2.350 metri quadri ora è terra di nessuno. Terra di incuria e di ladri. Oltre l’ingresso ci sono le tracce lasciate delle ruote dei camioncini dei razziatori di rame e non solo. Qui hanno rubato tutto quello che si poteva rubare, persino gli infissi in alluminio e i sanitari dei bagni. I macchinari e le attrezzature vennero sequestrati dalla Guardia di finanza il 18 novembre del 2004 su ordine del sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Oristano, Elisa Marras. Il cartello di sequestro è ancora lì, inutilmente appeso alla parete: forse l’unica cosa rimasta integra in dieci anni di abbandono. Sì perché, il resto, dentro il capannone, è un cumulo di macerie. Lo scenario è quello di un terremoto. Ovunque macchinari abbandonati, due torni digitali costati ottocentomila euro sono buttati in un angolo, un forno verniciatore è circondato da cataste di materiali arrugginiti e cumuli di rifiuti. I bagni sono sottosopra, mentre gli uffici aziendali e gli spogliatoi degli operai sono messi a soqquadro. Nell’ufficio della direzione, al piano superiore, scaffali, fascicoli aziendali, fatture, libri contabili, riviste e persino la concessione edilizia rilasciata nel 1999 dal comune di Bolotana sono sparsi per terra, ricoperti dal guano dei colombi, unici padroni di questo scenario da apocalisse. Nel magazzino, a ricordare la produzione di un tempo, alcune cataste di telai impolverati ancora imballati.

La beffa. Nei locali del bagno

c’è ancora un cartello che recita così: “Al fine di evitare fastidiosi e schifosi intasamenti si raccomanda ai signori lavoratori di utilizzare gli appositi contenitori destinati alla raccolta della carta asciugamani. La Direzione”. Un invito che, in tanto sconquasso, suona come una beffa.

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