Società partecipate dei comuni sardi, un caos “mangiasoldi”

I magistrati della Corte dei Conti richiamano i Comuni: stop alla giungla delle società, costano troppo e le dismissioni vanno a rilento

SASSARI. Tonno, pecore, mattoni, cavalli. Il più grande imprenditore dell’isola è il Comune Spa. Le amministrazioni in questi anni hanno mostrato grandi doti creative. Hanno fondato società, hanno acquistato quote di aziende che si occupano un po’ di tutto. Un groviglio infinito che anno dopo anno si è fatto sempre più gonfio e caotico. Dei 377 comuni dell’isola solo 25 confessano di non avere creato società partecipate. Per tutti gli altri è un infinito esercizio creativo.

La mannaia. A mettere ordine nel caos arriva la delibera della Corte dei conti. I magistrati in una relazione fiume mettono in evidenza come in questi anni le amministrazioni abbiano moltiplicato le partecipate. Con loro sono cresciuti costi e dipendenti ufficiosi. In teoria non entrano nei bilanci dei comuni, ma di fatto incidono in modo sempre più pesante. Per avere un’idea il Comune di Cagliari, solo con le partecipate, ha mille dipendenti in più e una spesa di 43 milioni di euro.

Poca memoria. In teoria per legge i Comuni dovevano già avere ceduto le quote delle società partecipate che non erano essenziali per la gestione dei servizi o la creazione di beni pubblici. Ma la legge gli è già venuta incontro, il termine è spostato alla fine del 2014. Il risultato per ora è sconfortante. Il numero di società di cui i Comuni hanno quote sono così tante che non si è riusciti a quantificarle. E le partecipate cancellate dalle amministrazioni si contano sulle dita di una mano.

La giungla. Per mettere ordine nella giungla i comuni dovevano presentare una relazione alla Corte dei conti in cui si doveva spiegare, attraverso una delibera, quante società si avevano, quali andavano conservate e quali cancellate o cedute. Tutta teoria. O quasi. Dei 377 comuni della Sardegna solo 54 hanno deliberato. Per tutti gli altri è anarchia. Tra questi anche capoluoghi di Provincia, Nuoro, e città popolose come Quartu. In altre parole la maggior parte dei centri dell’isola non ha detto cosa vuole fare. E la Corte dei conti bacchetta i comuni proprio per l’assenza di un piano di dismissioni.

Bidoni, pozzi e tesori. In realtà i comuni le idee le hanno chiarissime. Di sicuro tutti vorrebbero cedere le quote dell’unica società che sono costretti a tenere in vita, Abbanoa. Tutti i centri dell’isola sono azionisti del gigante che affoga nei debiti. Il resto è fatto di una giungla di società. A volte sono dei piccoli modelli di produttività, come molte delle municipalizzate che gestiscono i porti turistici. Portano utili alle casse delle amministrazioni e creano posti di lavoro reali. Altre volte sono società fondamentali che dànno un servizio indispensabile e diventano sempre più grandi. Per esempio quelle di trasporto urbano come la Ctm di Cagliari, l’Atp di Sassari, o l’Aspo di Olbia. Altre volte sono esperienze che non hanno riscosso grande successo. Un caso simbolo sono le Stl, Sistema turistico locale. Dovevano servire per fare sistema tra i comuni e promuovere il turismo, si sono trasformate in strutture costosissime e senza grandi risultati concreti.

La fantasia al potere. Ogni comune ha tentato di valorizzare quello che si è trovato intorno. Così il Comune di Portoscuso aveva quote della Società tonnare sulcitane e di quella Tonnara di Su Pranu, ma nel 2010 ha deciso di dismetterle. Il Comune di Sassari possiede una parte della Società ippica sassarese. Per non essere da meno anche quello di Cagliari ha una Società ippica. Cabras vuole liquidare la Mercato ittico srl, Tempio vuole vendere le quote di maggioranza della società Carni Gallura. Partecipate che in base alle norme i Comuni non possono più avere. Ma questi dati arrivano solo da 54 centri. Gli unici, su 377, che hanno presentato la delibera con gli indirizzi per la cessione delle municipalizzate. Dai numeri in possesso della Corte dei conti ci sono 27 comuni che hanno società in house, 266 che possiedono quote minoritarie in società, 11 che hanno dichiarato di avere fondato una istituzione, come per esempio la scuola civica di musica.

Il richiamo. La Corte dei conti mette in evidenza come in questi anni non ci sia stata una

politica di riduzione delle società inutili o che appesantiscono le casse pubbliche. Solo le istituzioni costano alla Regione un milione e mezzo di euro. Una spesa non sempre individuabile in modo preciso che pesa sempre di più sulle tasche dei cittadini.

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