Cronaca della fine del mondo. Raccontata da Piazza Tola

“Mette pioggia” di Gianni Tetti è ambientato in una Sassari da Apocalisse. Un’umanità brutalmente passiva, incapace di qualsiasi presa di coscienza

SASSARI. «Ogni volta che c’è qualcosa, alieni, meteoriti, glaciazioni, cavallette giganti, ogni volta parte tutto da New York o da Washington e il presidente americano prende l’Air Force One. E fa un lungo discorso alla nazione. Ogni santa volta». Ma se i segni di un’oscura e imminente catastrofe si rivelassero a Sassari, innanzi a un’inerte e inane umanità? Se i luoghi in cui si palesano, inascoltati, i presagi di un’incombente fine del mondo fossero Piazza Tola, Corso Margherita di Savoia o Li Punti?

A distanza di quattro anni dalla raccolta di racconti “I cani là fuori” – suo esordio narrativo – e in seguito a una feconda collaborazione con riviste quali “Frigidaire” e “Il Male”, sempre nel segno del racconto breve, Gianni Tetti approda al romanzo con Mette pioggia (Neo Edizioni, 201 pagine, 14 euro), una tesa e inquieta scansione dell’ultima settimana che separa la Terra da una terribile apocalisse. A prestare la voce alla narrazione – proprio mentre prende forma un complesso scenario in cui tutto appare legato da un perverso giuoco di coincidenze e convergenze – sono gli occhi di uomini e donne, calati in una Sassari che sembra essere uscita da una pagina dell’Antico Testamento, ma che a differenza di Sodoma o Gomorra ha smarrito ogni capacità di arbitrio e di scelta, anche quando si volge alla più turpe dissoluzione.

L’umanità che Tetti racconta è infatti la stessa che ha popolato il suo primo libro: un’umanità brutalmente passiva, incapace di qualsiasi presa di coscienza, ipnotizzata dai suoni cacofonici di una modernità ormai divenuta fossile e perciò inamovibile (si pensi alla tv accesa sullo sfondo di molte delle vicende raccontate); insensibile, ormai, anche al dolore altrui, quando spinta verso un cieco moto di sadismo nei confronti di ogni forma di vita (il grado di violenza che prevale nei confronti degli animali in molte pagine del libro, apre numerose riflessioni sull’incapacità dell’uomo ad accettare fino in fondo il brutale nichilismo che ha scrupolosamente – ma contraddittoriamente – perseguito, proprio quando si misura con il muto sguardo di un’esistenza puramente biologica, dolorosamente preclusa all’uomo, quale è quella animale). Eppure, mentre i giorni corrono verso la fine e nessuno sembra prestare attenzione all’ormai soverchiante ombra della catastrofe, un uomo solo, Arturo Zanon, analista di laboratorio – che

ha anche la responsabilità di condurre il fil rouge della narrazione attraverso le polifonie dissonanti delle voci degli altri personaggi – intuisce che l’incombente diluvio non ha solo il colore nero delle nubi, ma anche il rosso vivido del nostro sangue. Perché, forse, è già dentro di noi.

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