Strage di Tempio, Pietro era l’orgoglio dei professori

A 12 anni felice tra scuola e pallone. Anche sabato pomeriggio era atteso al campo per una partitella con la sua squadra

INVIATO A TEMPIO. Pietro viveva per il calcio. Il pallone era la sua passione, approfittava di ogni momento libero della giornata per giocare con gli amici. Anche sabato pomeriggio era atteso al campo per una partitella con la sua squadra. Aveva già iniziato a prepararsi per raggiungere i compagni, il borsone con dentro il pallone è stato trovato all'ingresso della palazzina della mattanza, ma a quell'appuntamento Pietro non ci è mai arrivato. All'ora della partita era già stato ucciso. «Non aveva mai saltato un allenamento e mi era sembrato strano che non fosse venuto, ma ho pensato a un contrattempo, un imprevisto. Invece, era accaduto l'inimmaginabile».

L’allenatore. Antonello Mureddu, il mister del baby calciatore, parla con la voce strozzata, non riesce a darsi pace per la terribile fine del suo allievo. Pietro lo conosceva da quattro anni, da quando aveva cominciato ad allenarlo nelle giovanili del Tempio. Allora il bambino giocava con gli juniores, mentre quest'anno aveva fatto il salto di categoria. E, infatti, oggi Pietro e la sua squadra erano attesi a Olbia per la prima partita del campionato esordienti contro il Porto Rotondo. «Era gasatissimo, non vedeva l'ora di cominciare – dice ancora Mureddu –. Amava il calcio come pochi. Ma la sua non era solo una passione, aveva anche qualità: era un più che valido difensore. E andava molto d'accordo con tutti i suoi compagni di squadra. Amici non solo in campo. Il 19 aprile Pietro li aveva invitati tutti in pizzeria per il suo compleanno. Aveva compiuto 12 anni. Solo 12 anni».

La scuola. A Tempio tutti ricordano Pietro con il pallone tra i piedi. Al campo sportivo come in piazza Gallura. O davanti alla tv a guardare la sua Juve. Ma questo non ha mai inciso sulla pagella. Pietro frequentava la prima media dell'istituto comprensivo "Grazia Deledda". Andava bene in tutte le materie, difficilmente prendeva meno di 8. Pietro, insomma, era un bambino modello, di quelli che tutte le mamme e i papà vorrebbero. E infatti i suoi genitori lo veneravano, lo coccolavano, lo riempivano di attenzioni. E lui ricambiava il loro affetto con lo stesso amore. Per Pietro, come forse è normale per un bambino di quella età, la sua era una famiglia senza ombre. «La famiglia migliore del mondo», l'aveva descritta in un tema di qualche mese fa. Pietro non sapeva nulla dei guai giudiziari del padre, di eventuali minacce subite dalla famiglia, ma evidentemente neanche percepiva che potessero esistere problemi tra le mura di casa.

«Nel mondo degli affetti la mia famiglia occupa un posto molto speciale – aveva scritto a gennaio in un compito in classe –. Mio padre per me è molto importante. Mi sgrida se c'è bisogno e allo stesso tempo mi incoraggia se vado bene. Mia madre, invece, è un po' severa ed è fissata con la scuola e dice a mio padre che mi compra troppe cose, come l'Ipad mini. Parla molto e ogni volta mi controlla se ho fatto i compiti giusti».

Questo tema ieri lo ha ritrovato in un cassetto Bianca Azzena, la sua insegnante di italiano. «Appena ho saputo quello che era successo mi sono ricordata di questo compito – racconta la professoressa di lettere –. Pietro parlava della sua famiglia in termini entusiastici. In particolare del padre. Vuol dire che a casa respirava un'aria serena, che non si accorgeva di eventuali problemi della famiglia. Giovanni Azzena, anche se può avere commesso errori nella sua vita, evidentemente come padre non ha fallito. E, infatti, Pietro era un bambino meraviglioso in tutto. Aveva voti alti, in italiano non prendeva mai meno di 8 o 9. L'ho sempre visto motivato, partecipe, attento. E poi era anche bello, intelligente, senza malizie. Non volergli bene veniva davvero difficile. Sabato mattina era a scuola e si è voluto sedere a fianco a me nella cattedra. Mai avrei immaginato che sarebbe stata l'ultima volta che lo avrei visto». Neanche Silvana Sanna, la docente di storia e geografia, sa capacitarsi della tragedia. Da quando la notte tra sabato e domenica i figli le hanno raccontato quello che era successo poche ore prima nella palazzina

di via Villa Bruna non riesce a togliersi dalla testa il faccino di Pietro. «Un bambino vivace, intelligente, tra i più bravi della classe. Aveva tutto 9 e 10. Era un ragazzino che studiava ma non era un secchione. Era pieno di altri interessi. Il calcio su tutti»

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