Smenghi: riaprite l’inchiesta sulla tragedia

A Portovesme nel 1993 annegarono sei persone risucchiate da una ventola nel porto industriale

INVIATO A PORTOSCUSO. Sei rose bianche lanciate nelle acque del porto industriale per chiedere giustizia. Il 5 agosto del 1993, nel bacino di Portovesme, dove si riversano le acque calde dell'impianto di refrigerazione della centrale Enel, accanto al pontile della Ex Samim e a una condotta di acido solforico, morirono, risucchiati dalle acque, i tre fratellini Smenghi, Margherita, 13 anni, Teresa, 9 anni, Roberto, 12 anni, il padre Giorgio, 42 anni, la madre Pinella, 34 anni, e un loro amichetto Mauro Salaris di 11 anni. Ventuno anni dopo, le famiglie Smenghi e Salaris sollecitano la riapertura dell'inchiesta sulla sciagura, archiviata nel 1997, come incidente “dovuto ad un evento imprevedibile ed imprevisto che, disgraziatamente ed in modo inevitabile, da solo comportò il verificarsi della tragedia”.

A quel tratto di mare si arriva percorrendo una strada sterrata, sporca di catrame, nell'aria l'odore dell'olio combustibile. Si fatica a credere che quello fosse un luogo di balneazione, frequentato e tollerato, ma nei primi anni '90, mezza Portoscuso andava a fare il bagno e a pescare in mezzo alle ciminiere. I cartelli indicavano, anche allora, il divieto di ingresso nell’area industriale, ma, in realtà, nessuno impediva che quella spiaggia industriale da poveri, venisse frequentata ogni giorno da decine di famiglie, ci si facessero picnic e pranzi, a due passi dagli impianti delle fabbriche, dai moli e dai tubi degli acidi.

A sostenere le ragioni per una riapertura del procedimento, ieri mattina, accanto alle famiglie Smenghi e Salaris, i rappresentanti dell'associazione “Sardegna pulita” e del “Presidio di viale Trento”. «Dopo tanti anni, dopo essersi arresi davanti alla giustizia – dice Angelo Cremone, dell’associazione Sardegna Pulita – i famigliari ora chiedono che venga fatta luce sulle responsabilità di una tragedia che non può essere imputata solo al caso. La perizia dell’epoca dice che non c’erano le grate a protezione dei canali che permettono il ricambio di acqua. Forse avrebbero potuto salvare le vittime, portate a fondo dalla corrente. Nessun cartello indicava la presenza dei condotti sommersi. Se ci sono state responsabilità od omissioni alle norme di sicurezza, occorre fare chiarezza. Chiederemo un incontro con il procuratore generale per spiegare le ragioni delle famiglie». Si alternano al microfono i fratelli Smenghi, Gabriele, Donatella, Jessica, Rosa, la più grande, che si prese cura di loro negli anni successivi al dramma e, con loro, Lorenzo, Sabrina e Riccardo Salaris, fratelli di Mauro, annegato insieme ai suoi compagni di giochi. Tutti pronunciano una sola parola: giustizia. Uno dopo l’altra dicono che a loro è stata negata e che troppo presto si è dimenticato. «Chiediamo che Mauro venga ricordato – chiede Rosa Smenghi – Si gettò in acqua e perse la vita per salvare mio fratello Roberto, in difficoltà. Il suo coraggio e la sua generosità devono essere un esempio per tutti i bambini di Portoscuso». «Faremo un appello all’assessore regionale alla Pubblica istruzione – aggiunge Angelo Cremone – perché bandisca un concorso nelle scuole per ricordare il gesto di un bambino

di 11 anni che annegò per aiutare un amico». Aveva 5 anni, Lorenzo Salaris, quando vide suo fratello scomparire sott’acqua: «Il ricordo di Mauro – dice – deve trasformarsi in giustizia, ora che tutto è passato nel dimenticatoio e di quella mattina d’agosto di 21 anni fa non parla più nessuno.

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