E Sassari diventò Jugendstil, ecco la storia del suo creatore

Angelo Marogna il geniale progettista che cambiò il volto della città

di Sandro Roggio

Da Sorso a Genova Il libro di Giuseppe Zichi sulla saga dei Sisini (Fiesta, 2013) racconta l'avventura di una élite industriosa tra Otto e Novecento a Sassari e dintorni. Cominciata a Sorso, legata alla campagna, ha preso altre strade fino al successo imprevedibile a Milano. Nella cerchia dei personaggi menzionati da Zichi, in quell' esordio locale, c'è l' architetto Angelo Marogna: parente dei Sisini e nato a Sorso nel 1842, dove ha abitato prima del trasferimento a Sassari.

Si rimedia all'inspiegabile incertezza delle sue origini (addirittura forestiero in qualche pubblicazione), mentre emergono sorprendenti riscontri sulla sua abilità, desumibile fino a ieri dai pochi lavori a lui attribuiti.

Davvero pochi rispetto a una lunga e brillante carriera tra due secoli (in Sardegna la storiografia è stata ingenerosa verso ingegneri e architetti). Angelo Marogna era uno dei numerosi figli del notaio di Sorso Antonio Gavino e della nobildonna Anna Maria Solaro. Una famiglia facoltosa e lungimirante (con il privilegio di una biblioteca in casa) che ha voluto consentirgli gli studi: prima ad Alessandria, dove si è diplomato in agronomia e frequentato corsi di disegno architettonico; poi a Genova, allievo nel 1867 all' Accademia di Belle Arti, sezione di architettura. Conseguita una “licenza di meccanica e costruzioni”, potrà svolgere le funzioni d'ingegnere dal 1868.

Lavori pubblici e privati.

Tra 1868 e il 1903, durante il servizio prestato nel Genio Civile e poi negli uffici della Provincia di Sassari, ha curato tanti lavori – strade, scuole, caserme, cimiteri, fontane – specie nei comuni attorno a Sassari. Gli edifici, per la ferrea regola di fare quadrare i conti, sono semplici ma ben costruiti. Come le due caserme dei carabinieri di Villanova Monteleone e Cossoine, dove ha realizzato anche i palazzi municipali nei quali si è concesso qualche sfizio, come la torre merlata o il timpano. Altre incombenze a Banari (il piano regolatore, il cimitero, la fontana), a Usini (il lavatoio), e ancora a Muros, Tissi, Bessude, Putifigari, Ploaghe, Giave, Olzai, Bolotana. Un esercizio utile per affrontare i successivi compiti. Soprattutto nella città capoluogo che gli ha rinnovato l'apprezzamento per decenni. Dopo la prova in largo Porta Nuova: quella casa progettata per il negoziante Luigi Musso nel 1871, proprio a fianco del palazzo vescovile. Nel 1885 il primo progetto importante: per l'ampliamento del palazzo di Giuseppe Dessì (già del marchese di Sedilo) con l'obiettivo di ricavare lo spazio per la celebre tipografia (oggi adibito a libreria con accesso da largo Cavallotti). L'annessione di unità edilizie adiacenti gli ha consentito di dare unitarietà ai prospetti tra via Sedilo e via Scano: bel disegno, collaudato schema classicista, innovativo con qualche licenza, come lo sviluppo in altezza delle finestre del primo livello per intercettare più luce in quel vicolo stretto.

La sfida della modernità.

Ma è nel nuovo secolo che gli esponenti più intraprendenti della società sassarese si sono fidati della sua esperienza: numerosi i clienti, specie tra gli imprenditori e i professionisti, come tra gli aristocratici (ma pure i conventuali di Santa Maria e di San Pietro gli daranno credito). Compiuti 60 anni, assicura una visione completa sulle evoluzioni dell'architettura dallo Storicismo al Modernismo con gli sviamenti eclettici. E' informato sui nuovi materiali. E giova alla sua reputazione la misteriosa permanenza a Napoli, dove ha pure partecipato alla redazione di una rivista culturale. Sarà per questo che i fratelli Clemente, mobilieri raffinati, gli hanno affidato il compito di ampliare la fabbrica-vetrina distribuita nell'isolato tra Carra Manna e via del Carmine.

Una compagine di organismi, anche antichi, da adattare alla funzione: lo farà con tecniche aggiornate e inserti eleganti, come l'accesso in via La Marmora, del 1908, e la palazzina in Carra Piccola di poco successiva. Buona prova se si considerano le esigue risorse disponibili. Immaginabile che l'incontro tra Gavino Clemente e Marogna sia servito a confrontare opinioni su architettura e arti applicate, (tra arredamento e architettura c'è, in quest'epoca, una linea comune, in certi casi una simbiosi come nell'opera di Van de Velde, Hoffmann, Holbrich). Sintesi esemplare di una probabile collaborazione è l'apparato ligneo della facciata in piazza Cavallotti del negozio di Antonio Viale (committente affezionato di Marogna), messa in opera dai Clemente. Una composizione consonante con quelle in pietra calcarea e malta nei prospetti disegnate dall'architetto. D'altra parte quelle singolari paraste a rilievo e scanalate, finemente elaborate, i caratteristici riquadri di porte e finestre – sembrano il frutto di una ricerca originale, una speciale declinazione del repertorio modernista di varia derivazione (Art Nouveau, secessionista, Jugendstil). E' la cifra stilistica di Marogna che predilige l'ornato geometrico ai motivi fitomorfici (una tendenza comune a Sassari), sperimentata nel lavoro svolto per i Sisini, nel 1913: la villa in viale San Francesco, sfoggio di ricercatezze sorprendenti – complice il nipote proprietario. Avrà suscitato interesse, con quei caratteri insoliti (tra cui le inedite avvolgibili su trifore), e curiosità sugli interni completati con i dipinti di Marchisio.

Tante case a Sassari.

Il ricettario modernista consente di combinare liberamente volumi e motivi ornamentali senza rinnegare la matrice; per cui ha potuto evitare la monotonia in altre ville coeve tra viale San Francesco e viale Caprera, molte demolite, come quella dei Tavolara-Guiscardo, documentata parzialmente in una fotografia. L' architettura di Marogna si è sviluppata nel tempo con ripensamenti su composizione e apparati decorativi. Secondo le tipologie, le richieste dei committenti e le risorse a disposizione. Per quanto riguarda i decori, hanno tratti comuni il palazzo Foletti in viale Regina Margherita (con il più piccolo affaccio sull'emiciclo Garibaldi), quello in via Sant'Elisabetta (del quale era verosimilmente proprietario), la villa Marogna-Righi in via Enrico Costa e altri edifici, tra cui alcuni a Sorso. Altre soluzioni sono state adottate ad esempio per le case Ferace in viale Caprera (e quella contigua in viale Mameli), la casa Quartara in viale Italia, e il palazzo Viale-Fancellu in via Manno. Un caso a parte è il progetto per il conte Sant'Elia in piazza Sauro (1925), per dare forma all'ingresso di servizio al vecchio palazzo in Carra Manna (già “riformato” da Marogna). L'obiettivo di contribuire al rinnovamento urbano da parte di una blasonata famiglia è stato soddisfatto con la più eclettica delle invenzioni dell'architetto, un abile compromesso tra stilemi rinascimentali reinterpretati e ardite miscele.

Servirebbe una ricerca più puntuale per spiegare il contributo di Marogna alla affermazione dello «stile del progresso», che pure a Sassari «si insinua» dappertutto – scriveva Marco Magnani. Uno svolgimento nel quale contano pure le ritrosie che Marogna asseconda e orienta,

e magari subisce come nel caso della ristrutturazione del vecchio palazzo in via Cavour della famiglia aristocratica Spada-Pilo, forse poco propensa ad accogliere le leggerezze della moda. Il progetto, del 1930, è uno degli ultimi dell'architetto, che scompare nel 1934 all'eta di 92 anni.

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