Morto Enrico Barisone il cacciatore di latitanti

Aveva 73 anni, da tempo si era congedato dai carabinieri con il grado di generale Tutti lo ricordano come il “mitico capitano” della sparatoria di Sa Janna Bassa

SASSARI. Modi spicci. Un fare sempre sbrigativo e incalzante. Tiratore scelto e uomo d'azione. E cacciatore di banditi. In Sardegna il generale Enrico Barisone era l'unico che sino a qualche tempo fa poteva raccontare di persona come si era conquistato la sua medaglia d'oro, perché tutti i carabinieri che l'avevano preceduto o seguito in imprese altrettanto pericolose erano morti. Lui, quella medaglia, l'aveva presa dopo il conflitto di Sa Janna Bassa, vicino a Orune, il 17 dicembre 1979: ferito a una spalla aveva continuato a sparare, rifiutando i soccorsi, sino a quando sul terreno erano rimasti due latitanti e altri loro compagni avevano preferito arrendersi. Ma ora anche Barisone non potrà più dire a nessuno come andarono le cose nei dettagli quella notte: ieri una malattia l'ha stroncato all'età di 73 anni. Nato a Zara il 26 marzo 1941, vissuto per lunghi periodi in Piemonte, all'isola ha strettamente legato gran parte della carriera d'investigatore d’assalto. A volte incrociando il suo destino con le operazioni pianificate dal magistrato-sceriffo Luigi Lombardini e con la sua rete anti-rapimenti coltellata di zone grigie (messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo guidata da Giancarlo Caselli, l’11 agosto 1998 si sarebbe ucciso nel palazzo di giustizia di Cagliari). Invece Barisone, più a suo agio negli appostamenti e nei sopralluoghi, era abituato ai blitz. Ma odiava con tutto il cuore la burocrazia e i lavori da ufficio. Così - nonostante la promozione sul campo da capitano a maggiore derivata da quello scontro a fuoco di 35 anni fa e le successive tappe in ascesa nella carriera che l’avrebbe portato in breve tempo sino ai gradi più alti dell'Arma - non ha mai cessato davvero di battere le campagne. La vera passione, per lui, era la vita all'aria aperta. L'aveva mantenuta persino quando era andato in pensione, se è vero che nel maggio 2005 aveva fatto una gita da brivido sul massiccio del Marganai, la catena che domina Iglesias: gli ex militari di una delle sue squadriglie di un tempo avevano dovuto lanciare l'allarme perché il “mitico capitano” si era addentrato talmente tra la vegetazione che alla fine era stato necessario andarlo a cercare in un anfratto.

Ma già molto prima di allora, e molto prima del congedo avvenuto parecchio tempo fa, assieme ai suoi uomini Barisone era diventato la bestia nera di banditi e ricercati. In un’isola dove i sequestri di persona erano quasi all’ordine del giorno (19 nel 1979, l’anno dello scontro a fuoco, gli ostaggi contemporaneamente nelle mani dell’Anonima), l’allora capitano dei carabinieri era uno dei punti di forza dell’anticrimine.

Ed era un’epoca, quella, dove si poteva constatare attraverso fatti concreti il rischio di saldature tra frange delle Brigate rosse sbarcate in Sardegna e appartenenti alla delinquenza organizzata tradizionale sarda. Tanto che nel caso di Sa Janna Bassa si sospettò sempre che i pastori orunesi scoperti dai carabinieri nell’ovile stessero tenendo un vertice segreto proprio per delineare strategie a metà tra eversione e azioni criminali fini solo al profitto.

Nel 1982 Barisone si era dovuto difendere dall’accusa di eccesso colposo nell’uso delle armi per aver provocato la morte di un allevatore vicino a Orgosolo (assoluzione con formula ampia). In seguito, 10 anni più tardi, un’altra ombra anche questa alla fine dissolta: imputato

per aver fornito armi a un pregiudicato nel Vercellese. Allora, nel 1992, era tenente colonnello, aveva già lasciato l’isola ed era tornato in Piemonte. Ma è certo la lunga avventura in Sardegna che non ha mai fatto dimenticare le sue imprese in Barbagia. (Pier Giorgio Pinna)

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