Un tesoro portato alla luce da due contadini

Era il marzo 1974 quando in un campo di grano tra le lame di un aratro spuntò una testa di pietra

SASSARI. Marzo 1974, una mattinata come tante. Due contadini, Sisinnio Poddi e Battista Meli, preparano la semina di un campo che da anni viene affittato alla confraternita del Santo Rosario sulla collina di Monti ’e Prama, una zona della penisola del Sinis che si affaccia sul versante nord occidentale dello stagno di Cabras, a pochi chilometri dalla spiaggia di Mari Ermi. Un terreno sabbioso da cui, però, l’aratro dei due riporta spesso alla luce anche manufatti rocciosi e frammenti di colonne. Loro non ci fanno caso e li mettono da una parte. Altri, però, capiscono il valore archeologico di quei rinvenimenti e, infatti, quegli accumuli di frammenti si assottigliano di anno in anno. Una situazione che si protrae fino al marzo del 1974, quando dal sottosuolo, insieme a un cumulo di pietre, riemerge anche la testa di un gigante, rimasta incastrata alle lame dell’aratro. A quel punto i due contadini - per 40 anni si è detto che il primo fu Poddi, salvo poi scoprire che in realtà fu Meli a rinvenire il primo gigante - capiscono che sotto quel campo si nasconde qualcosa di prezioso. Il proprietario dei terreni, Giovanni Corrias, informa subito l’archeologo Peppetto Pau, allora curatore dell’Antiquarium Arborense, che a sua volta avverte la Soprintendenza di Cagliari. L’archeologo Giuseppe Atzori, il primo a occuparsi della scoperta, denuncia le autorità per la mancata protezione del sito, che diventa teatro di veri e propri saccheggi. Nel 1975 il primo scavo viene affidato ad Alessandro Bedini: è allora che nella necropoli vengono rinvenute dieci sepolture a pozzetto prive del lastrone di copertura ma con all’interno i defunti adagiati in posizione rannicchiata. Seguono altri tre scavi: nel gennaio 1977 Lilliu, Tore e Atzeni, alla fine dello stesso anno Pau, Ferrarese Ceruti-Tronchetti, nel 1979 il solo Tronchetti. In totale, durante queste quattro campagne di scavo, vengono alla luce 5.178 frammenti, tra cui 15 teste, 27 busti, 176 frammenti di braccia, 143 di gambe e 784 di scudo. Dal sottosuolo la grande scoperta finisce però nei magazzini del museo archeologico di Cagliari, dove vi rimane per trent’anni, fatta eccezione per le parti più importanti che vengono esposte all’interno dello stesso museo. Solo nel 2005 il ministero e la Regione decidono di stanziare i fondi per il loro restauro. I giganti vengono così portati nei locali del Centro di restauro e conservazione dei beni culturali di Li Punti, a Sassari, dove vengono ricostruiti dai restauratori del Centro di conservazione archeologica di Roma, coordinati dalla Soprintendenza di Sassari e Nuoro. A marzo del

2014, finalmente i Kolossoi - come li chiamava Giovanni Lilliu - alti quasi due metri vengono esposti in parte al museo archeologico di Cagliari e in parte al museo civico di Cabras. A quarant’anni esatti da quella mattina del 1974. Non proprio una mattinata come tante. (al.pi.)

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