I “veleni”: padre del superteste sotto tiro

Raid nel podere: ucciso a bastonate un cane, imbrattato di sangue un cavallo e disegnata una croce sul muro della casa

GAVOI. Il cane ucciso a colpi di bastone nel terreno di campagna, il cavallo sporco di sangue, una croce rossa disegnata sul muro della casa rurale: è bastato uno sguardo veloce, ieri mattina, ad Antonio Lai, edicolante gavoese e papà di Stefano, il superteste dell’inchiesta sulla morte di Dore Dore, per capire, ancora una volta, che qualcuno in paese gli fosse tutt’altro che amico. Sembrava un sabato mattina come tanti, per Antonio Lai, e invece la brutta sorpresa si è presentata abbastanza presto. Antonio Lai se l’è trovata davanti, dopo aver varcato il cancello d’ingresso del suo terreno agricolo di Badu ’e Lodine.

Nove ettari di campagna nella vallata tra Lodine, per l’appunto, e Gavoi, dove i Lai vanno ogni tanto per distrarsi, lavorare la terra, organizzare qualche piccolo “spuntino” alla barbaricina. Quel terreno da tempo ospitava un cane e un cavallo. Un bell’esemplare, quest’ultimo, dal mantello grigio-chiaro, che in passato è stato protagonista di diverse gare da corsa, ma che ormai, a causa dell’età, viene utilizzato per alcune manifestazioni che si tengono in paese. Come quella di Sa Itria, ad esempio, che comincerà proprio nel prossimo weekend e che vedrà protagonisti tanti ragazzi di Gavoi. Stando agli accertamenti fatti ieri dalla polizia, chiunque, nella notte tra venerdì e sabato, sia entrato nel terreno dei Lai, con tanto di bastone, aveva il preciso intento di lasciare un segno indelebile del proprio passaggio.

Tutto avviene, dunque, nel cuore della notte e a fare le spese del raid è il cane dei Lai. Il povero animale finisce i suoi giorni steso a terra, in una pozza di sangue. Bastonato fino alla morte. Anche il cavallo, qualche ora dopo, viene trovato con il manto grigio-chiaro imbrattato di sangue, ma vista l’assenza di ferite evidenti gli investigatori ritengono più probabile che si sia sporcato con il sangue del cane. O che magari i malviventi abbiano cercato di uccidere anche lui a colpi di bastone ma poi, forse a causa della fretta, non siano riusciti nel loro intento.

Certo è che ieri mattina, la polizia, e in particolare gli agenti della scientifica, hanno lavorato a lungo, nel podere di Antonio Lai, per ricostruire, prelevare e analizzare le tracce del passaggio della notte prima. Diverse macchie di sangue erano ancora presenti nel terreno di campagna. Le stesse che imbrattavano anche il manto del cavallo. E le indagini, per ovvie ragioni, non potevano che imboccare da subito una pista precisa: quella che porta al clima che in paese si fa sempre più incandescente man mano che il processo per la morte di Dina Dore prosegue. E nelle sue tappe non fa altro che sfornare colpi di scena, nuove accuse, confidenti. E fa emergere un ambiente tutt’altro che pacificato, nel paese barbaricino, fatto di famiglie spezzate e di amicizie storiche che si trasformano in odi feroci. Gavoi, insomma, è un pentolone che bolle da molti mesi, ormai, soprattutto negli ambienti più contigui alla piccola e grande criminalità. E anche il clima che si respira dentro e appena fuori dall’aula dove si sta celebrando il processo in corte d’assise, ne è la prova. Antonio Lai, di quel podere di Badu ’e Lodine, se ne sta cercando di disfare da tempo. «Vendesi novemila metri quadri di terreno», scrive in un annuncio che campeggia nella sua edicola all’ingresso

di Gavoi. I bene informati, in paese, dicono che se ne voglia disfare perché il terreno confinante appartiene alla famiglia di Pierpaolo Contu, il giovane di Gavoi che suo figlio Stefano Lai, nel novembre del 2012, aveva accusato di essere il killer di Dina Dore.

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