Indagini bis sul prestito da 120mila euro

Pochi mesi prima del delitto il marito della donna uccisa avrebbe ottenuto l’ingente somma da due pastori di Nughedu

NUORO. Due allevatori di Nughedu San Nicolò sentiti dagli inquirenti nelle ultime ore e un verbale con la loro deposizione che è appena entrato a far parte di un nuovo supplemento d’indagine nell’inchiesta sull’omicidio di Dina Dore. Chi pensava che l’inchiesta sulla morte della casalinga di Gavoi si fosse fermata con l’avvio del processo in corte d’assise nei confronti del marito Francesco Rocca, e dell’avvio, il prossimo 5 agosto, del processo in appello per il presunto killer della donna, Pierpaolo Contu, si sbagliava di grosso.

Proprio negli ultimi giorni, infatti, e proprio la mattina prima dell’attentato nel terreno di campagna di Antonio Lai, il padre del superteste Stefano Lai, la Dda ha depositato nuovi atti relativi all’inchiesta Dore. Alcuni verbali che costituiscono un supplemento di indagine vero e proprio sulla intricata vicenda. Gli inquirenti, negli ultimi giorni, hanno sentito, infatti, due allevatori di Nughedu San Nicolò, un paesino del Sassarese, perché di recente era emerso che avessero prestato una consistente somma di denaro a Francesco Rocca. Il prestito, a quanto sembra, risale al 2007, ovvero a diversi mesi prima dell’omicidio della moglie di Rocca, e si aggirava sui 120mila euro.

Sui motivi per i quali gli inquirenti lo abbiano ritenuto importante, o comunque degno di confluire in un apposito supplemento di indagine a processo già abbondantemente inoltrato e avviato anzi verso la conclusione, si possono solo fare supposizioni.

Ma alla luce dei dati emersi finora nell’inchiesta e soprattutto nel processo in corte d’assise, è ragionevole pensare che quelle appena raccolte siano due testimonianze importanti per rafforzare uno dei capisaldi dell’accusa: le difficoltà economiche manifestate da Francesco Rocca prima e dopo la morte della moglie, avvenuta il 26 marzo del 2008.

Per l’accusa sono difficoltà legate al fatto che Rocca aveva promesso, e magari già dato, a Pierpaolo Contu i soldi che secondo una lettera anonima erano stati pattuiti per l’uccisione della moglie Dina. In realtà, di quei soldi e di quel supposto scambio, non è mai stata trovata alcuna traccia né nei conti di Rocca, né nei movimenti bancari dei Contu. Di quella somma, finora, continua a rimanere traccia solo nella testimonianza del superteste Stefano Lai, e in alcune confidenze anonime. Forse per questo motivo, l’accusa sta cercando nelle ultime settimane di rinforzare questo aspetto dell’indagine che resta uno dei tasselli sui quali fonda la sua tesi per spiegare il delitto di Gavoi.

Secondo la difesa e quanto raccontato in udienza da altri testi, invece, Francesco Rocca aveva avuto sin da tempi non sospetti un vivace rapporto con il denaro, e sin dagli stessi tempi faceva acquisti, chiedeva e prestava contanti, si occupava di ristrutturare e acquistare immobili. Nulla di strano in tutto questo, ha sempre sostenuto la difesa. Nulla di legato all’eventuale commissione di un delitto, dietro il pagamento ai suoi autori di una somma consistente di denaro.

Già nel corso delle udienze in corte d’assise del processo Rocca, del resto, l’argomento-debiti e movimenti di denaro, era già stato abbondantemente affrontato.

Ma ora, evidentemente, l’accusa vuole rinforzarlo con altre testimonianze e un nuovo supplemento d’indagine. Secondo quanto aveva riferito Stefano Lai agli inquirenti nel novembre 2012, e quanto poi aveva confermato il padre Antonio Lai, la somma che Rocca aveva promesso a Pierpaolo Contu per la commissione dell’omicidio si aggirava sui 250mila euro. In alternativa,

avevano spiegato i Lai, gli avrebbe dato la casa di via Sant’Antioco. Secondo alcune confidenze che arrivano ad alcuni inquirenti, più o meno in contemporanea con gli interrogatori dei Lai, la somma concordata era decisamente minore: si aggirava sui 130mila.

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