Hiv, l’arrestato si difende: «Il mio compagno non era all’oscuro»

Olbia, dal gip l’ozierese arrestato con l’accusa di aver trasmesso il virus all’ex convivente: «Sapeva che sono sieropositivo»

OLBIA. Le indagini sul caso di contagio dell’Hiv trasmesso all’insaputa del compagno da un giovane gay di Ozieri prosegue senza soste. Il sostituto procuratore della Repubblica di Tempio che indaga sulla vicenda, Elisabetta Atzori, ha disposto ulteriori accertamenti, dopo l’interrogatorio seguito all’arresto e alla detenzione domiciliare del giovane ozierese, per valutare quanto il giovane indagato ha riferito nel corso della sua audizione. L’uomo, un giovane omosessuale di Ozieri che, poco meno di un anno fa, venne accusato dal suo ex compagno, un sassarese di 34 anni, di avergli taciuto il suo stato di sieropositività al virus responsabile dell’Aids, avrebbe sostenuto l’esatto contrario di quanto affermato dall’ex fidanzato. «Lui era a conoscenza del mio stato di salute», ha detto il giovane di Ozieri nel corso del colloquio avuto con il magistrato, al quale era presente il difensore di fiducia, l’avvocato Daniela Selis. «Il mio assistito – ha spiegato ieri il legale – non si è mai sottratto alle sue responsabilità, una situazione ampiamente chiarita al magistrato inquirente. La vicenda, delicatissima e inerente lo stato di salute del mio assistito, ha innescato un ulteriore dramma nella psiche del mio cliente, già ampiamente gravata dal provvedimento giudiziario e dalla non voluta pubblicità sui mass media». Stando all’esposto presentato dal sassarese poco meno di un anno fa il giovane ozierese, che la procura della Repubblica di Tempio ha indagato per lesioni personali gravissime, avrebbe omesso di confidare all’ex compagno – con il quale vi sarebbe stata una relazione affettiva durata poco meno di un anno – il fatto d’essere sieropositivo, continuando, nel corso della relazione, ad avere rapporti sessuali non protetti, infettandolo quindi con il virus dell’Hiv. «Questa contestazione è tutta da dimostrare – ha detto ieri il difensore del giovane ozierese –, anche perché non vi è la certezza di quando sia stata trasmessa la sieropositività, posto che questa sia dovuta alla relazione con il mio assistito». Il cuoco sassarese, dopo aver scoperto d’essere stato infettato, avrebbe, stando alle dichiarazioni del legale difensore «atteso oltre un anno per denunciare il suo stato di salute. Un ritardo alquanto sospetto». La delicatissima vicenda sarebbe dovuta restare riservatissima e coperta dalla privacy se non fossero scattati, com’è accaduto, i provvedimenti restrittivi che hanno portato agli arresti domiciliari l’impiegato ozierese. Il caso è dunque ancora tutto da sviscerare, e saranno gli ulteriori accertamenti, tra i quali gli esami medico legali disposti sui due ex fidanzati, a chiarire se vi è stata trasmissione del virus nel corso della convivenza tra i due giovani omosessuali.

I quali, dopo la separazione (avvenuta oltre un anno fa) non hanno smesso di restare in contatto, non fosse altro che per rimproverarsi, vicendevolmente, le colpe per uno stato di salute che si è aggravata sull’ozierese e che ha colpito anche il giovane cuoco di Sassari. Il quale avrebbe deciso di rivolgersi all’autorità giudiziaria dopo che si rese conto d’aver contratto una delle gravi malattie trasmissibili per via sessuale, a prescindere dalla relazione di coppia, sia essa etero che omosessuale. Deve comunque essere accertato il nesso casuale tra rapporto sessuale e malattia. La Cassazione, in mancanza di norme specifiche, afferma che «affinché possa essere dichiarata la responsabilità penale del sieropositivo è però necessario dimostrare che il contagio sia riconducibile proprio alla specifica condotta,

ossia a quel singolo rapporto sessuale e non ad un altro. Questa prova, d'altronde, è molto difficile nel caso in cui la vittima, conducendo vita sessuale “promiscua”, abbia avuto frequenti contatti, anche con partner diversi»: ed è quanto sostiene la difesa.

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