Romano Cagnoni, il fotografo totale

Dall’11 settembre a Palau mostra del grande fotoreporter

PALAU. Romano Cagnoni, fotografo italiano assai noto in ambito internazionale, racconta il primo incontro con Simon Guttman una tra le figure più influenti della storia della fotografia. Basti sapere che fu lui ad avviare Robert Capa al mestiere ed è considerato tra i fondatori del fotogiornalismo moderno. «Guttman aveva visto le mie fotografie scattate per le strade di Londra, gli piacevano. Mi promise di farmi lavorare». Grazie a Guttman, qualche tempo dopo Cagnoni e il giornalista James Cameron furono i primi inviati della stampa occidentale non comunista ammessi nel Vietnam del Nord. Quest’anno Cagnoni, che Harold Evans, ex direttore del Sunday Times, cita sul suo “Pictures on a Page” insieme ad Henry Cartier-Bresson, Bill Brandt, Don McCullin e Eugene Smith, espone per la prima volta in Sardegna. La mostra, intitolata “Fotografia totale”, fa parte del programma del festival Isole che Parlano, in scena tra Palau, Tempio, Arzachena e Maddalena, dal 5 al 14 di settembre. Sarà inaugurata, alla presenza dell’autore, giovedì 11 settembre alle 21,30 nel Centro di documentazione del territorio di Palau. A Cagnoni abbiamo rivolto alcune domande.

Cosa è per lei la fotografia? «Raccontare l’andamento dell’esistenza collegandosi empaticamente agli altri, al nostro prossimo in senso vasto, raccontando ciò che è possibile percepire della narrazione altrui, fatta di espressioni, gesti, movimenti, situazioni e ambiente. Una fotografia che mi piace definire “totale”, da qui il titolo della mostra».

Che ruolo ha il mondo dell’informazione in questo approccio “totale”?

«Dal giornalismo fotografico è nata la possibilità di indagare in maniera attenta le vicende umane. In questo la fotografia ha mostrato una potenza straordinaria».

Si dice che le fotografie devono “parlare da sole”?

«La comprensione e la storia delle fotografie è legata alla data di ripresa, un elemento fondamentale. Anche il luogo di ripresa è importante. Testi esplicativi possono essere utili, dipende dal contesto di utilizzo. La data, se possibile, voglio conoscerla».

Il tempo conta?

«Altroché, ed é fondamentale conoscere la storia. Cosa fotografi senza confronto col passato, senza amore e rispetto per ciò che è stato fatto, spesso meravigliosamente?».

Il fotogiornalismo sta poco bene?

«E' così, con rammarico non faccio più fotogiornalismo, sono fuori mercato. La buona fotografia costa, occorre tempo e oggi nessuno può e vuole pagarlo. E' un momento particolare. Giornali che chiudono, tirature e vendite in calo. Il mondo cambia, bisogna prenderne atto. Spero che ai giovani di talento sia data la possibilità di lavorare dignitosamente. La rete potrebbe avere un ruolo».

Ha documentato molti conflitti. Cosa l’ha spinto?

«Sinceramente la molla principale é stata economica e professionale. Dovevo guadagnarmi da vivere. Potevo occuparmi di cultura e fotografia sociale, ma non era semplice e continuativo. Purtroppo i conflitti erano e sono presenti, e in qualche modo mi sentivo adatto. E’ stato anche un caso, legato all’opportunità di andare in Vietnam».

Aveva paura?

«Andarci non mi spaventava, poi sul posto la paura la sentivo. Ero un ragazzino durante la guerra e sono scampato all’eccidio

di Sant’Anna di Stazzema per un solo giorno. Ma la motivazione che spinge una persona a lavorare in quest'ambito è complessa e personale. Io andavo quando sapevo di poter ricavare un compenso adeguato. Non sarei mai andato a Saigon, piena di fotografi e agenzie. Hanoi era un’occasione».

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro