«Ho capito il paesaggio ascoltando Eschilo»

Parla l’architetto Francesco Venezia, ospite a Cagliari della Scuola di architettura «Folgorato dalla visione di Santa Cristina. Edifichiamo in armonia con i suoli»

Cagliari si propone come capitale europea della cultura per il 2019 portando in dote proprio la perifericità della Sardegna. Più che un'esclusione un patrimonio custodito nei millenni. Un tesoro che si pone al centro di un progetto rivolto al futuro e che mette il paesaggio locale in una prospettiva globale. Su questi temi si interroga la terza scuola estiva di internazionale di architettura. Ieri sera, nell'aula magna di ingegneria, Francesco Venezia ha tenuto una lezione magistrale.

L’architetto Francesco Venezia è una delle figure più interessanti del panorama della progettazione e della teoria e analisi dell'architettura. Insegnante alla facoltà di Architettura di Genova, a Venezia, alla Sommerakademie di Berlino, al Politecnico di Losanna, ad Harvard e all'Accademia di Architettura di Mendrisio. Tra tanti progetti si è occupato della ricostruzione di Gibellina, dell'allestimento della mostra “Gli Etruschi” a Palazzo Grassi a Venezia, è autore di diversi saggi. Il tempo e i suoi segni sull'architettura, il rapporto tra i luoghi, i paesaggi e i manufatti umani sono temi che Venezia ha trattato nei suoi libri.

Cos'è il paesaggio come si può definire, natura incontaminata o luoghi della memoria e la storia?

«Il paesaggio è un concetto che si modifica, come tutte le cose dell'uomo e della natura. Sicuramente è molto di più di quello che viene inteso oggi, questi temi sono rifluiti sotto il concetto dell'ecosostenibilità, ma l'argomento è estremamente più ampio. Io personalmente sono rimasto impressionato da una cosa che ha cambiato radicalmente la mia visione. Alla radio ascoltai la recita di 35 versi di Eschilo dell'Orestea. Agamennone e la descrizione del l'annuncio della caduta di Troia. Il messaggio attraversa il territorio monti, pianure fino alla reggia degli Atridi. Eschilo racconta il paesaggio come un insieme di persone, lo vede animato. Quando Montaigne arriva a Roma ugualmente la descrive allo stesso modo. Ecco queste grandi menti capiscono che il paesaggio ha un anima, è vivente e che quindi, non deve morire lentamente schiacciato da una concezione di bassa lega. In assenza di questo sentimento è impossibile tutelare il paesaggio».

Il megalitismo dove i manufatti pare siano parte della natura?

«Le nostre idee si nutrono dalle rovine, lo stesso paesaggio non sfugge. È espressione dell'azione millenaria, che varia da luogo a luogo. A seconda dell'azione, della struttura tettonica, avviene una mutazione diversa da bacino a bacino. Da questo punto di vista vedo la Sardegna molto simile al levante spagnolo, un bacino naturale sottoposto alle stesse forze geologiche mette il tempo in grado di produrre gli stessi effetti, di ottenere gli stessi risultati. La rovina diventa natura, è il tempo che mette in atto la fusione, e quando la rovina diviene natura, come la natura cambia. Questi mutamenti sono interessanti e vanno fatti notare ai "tutelatori"».

Come si crea l'armonia tra architettura e paesaggio?

«Il connubio si crea con il paesaggio perfetto che incentra l’architettura. Le città di fondazione del mondo antico seguivano questa armonia. Mileto viene costruita su un sito che aveva una sua storia, una sua “architettura naturale” determinata dall’azione del tempo. Le città di fondazione hanno sempre un rapporto col suolo, rapporto che va compreso perché è da questo che la città trae la linfa vitale che la fa crescere. Se consideriamo le periferie contemporanee – che sono anch’esse città di fondazione – vediamo che manca completamente questo rapporto».

La Sardegna?

«La conosco poco, meno di quanto

vorrei. Però sono rimasto folgorato da alcuni luoghi. La loro visione ha prodotto l'effetto che scaturisce da una visione repentina, uno sguardo potente e diverso da quello che proviene dall'abitudine e dalle consuetudine. Uno di questi luoghi folgoranti è il pozzo sacro di Santa Cristina».

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