Un anno fa la tragedia alle porte di Sassari

Mario Loi era stato accoltellato a morte dalla moglie Marina Gavina Orrù nella loro casa di Caniga

SASSARI. «Io amavo mio marito, è stato un incidente, è caduto sul coltello che io tenevo in mano». Sono le parole che Marina Gavina Orrù, 50 anni, non si è mai stancata di ripetere ad avvocati e magistrati durante i lunghi mesi di detenzione nel carcere di Bancali dove era stata rinchiusa nell’estate del 2013 perché accusata di aver ammazzato il marito Mario Loi, di 54 anni, presidente dell’associazione “Soccorso Sant’Anna”. Solo lo scorso luglio i giudici della corte d’assise di Sassari, accogliendo la richiesta dei suoi avvocati, le hanno concesso i domiciliari.

La storia risale al 17 luglio dell’anno scorso. La polizia era arrivata nella casa di Caniga (frazione di Sassari) e aveva trovato l’uomo a terra, sanguinante. Accanto, in stato di choc, c’erano sua moglie, la loro figlia e il fidanzato di quest’ultima che erano appena rientrati a casa. La donna aveva raccontato agli investigatori di avere un coltello in mano perché stava andando a prendere l’anguria che era nel frigorifero. Aveva spiegato in lacrime che a un certo punto al marito, rincasato da poco, era finito il cellulare per terra e lei si era inchinata per prenderlo. In realtà – era venuto alla luce in seguito – voleva scoprire chi cercava il suo uomo. Mario Loi, al contrario, non aveva alcuna intenzione di farglielo sapere. Erano stati attimi concitati in cui la vittima, così come aveva raccontato la moglie, era prima inciampata sul pavimento sconnesso e poi caduta sul coltello che lei teneva in mano.

Ma il quadro familiare aveva da subito complicato la sua posizione, prima ancora che arrivasse l’esito dell’autopsia. Sembra infatti che Mario Loi non andasse più d’accordo con la moglie e che restasse a casa solo per amore dei figli. Lo aveva confidato lui stesso al genero una settimana prima di morire. Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Maria Teresa Lupinu era scritto a chiare lettere che «la quotidianità di Mario Loi e Marina Gavina Orrù era fatta di liti e di scenate sempre più violente. Lui da tempo dormiva sul divano, lei era ossessionata dalla gelosia».

Ma gli avvocati della donna, Agostinangelo Marras e Letizia Doppiu Anfossi, hanno sempre sostenuto con forza la tesi dell’incidente, supportata dal fatto che fosse risaputo a molti che la Orrù amasse il marito e che mai avrebbe potuto fargli del male volontariamente.

Poi erano arrivate le consulenze e le perizie. Prima quella del medico legale Francesco Serra – nominato dal pm Carlo Scalas – secondo cui il coltello impugnato da Marina Gavina Orrù aveva penetrato in profondità il torace di Mario Loi per dieci centimetri provocando «uno choc emorragico acuto». Difficile, in sostanza, attribuire quella ferita a un gesto involontario.

Di diverso avviso era stato invece Francesco Paribello, consulente della difesa, secondo il quale tra la donna e la vittima non ci sarebbe stato un “confronto” frontale. Era in sostanza verosimile che la Orrù fosse piegata in avanti – mentre teneva il coltello tra le mani – nel tentativo di raccogliere da terra il telefono del marito e che quest’ultimo si fosse piegato a sua volta su di lei per impedirle di prendere il cellulare. Durante quella fase concitata, il coltello avrebbe colpito Mario Loi. E, a detta del consulente, la traiettoria della ferita sarebbe compatibile con questa ricostruzione.

La corte presieduta da Pietro Fanile (a latere Teresa Castagna) ha deciso di nominare un suo perito: il medico legale Vindice Mingioni. Nell’ultima udienza del processo, Mingioni ha spiegato che l’ipotesi più probabile è che la Orrù si trovasse di fronte al marito ma ha anche aggiunto che la tipologia della ferita è compatibile con la ricostruzione dei fatti raccontata dalla donna. Il perito ha inoltre escluso che la seconda ferita rilevata sul corpo della vittima potesse essere una coltellata. E questo avvalorerebbe

la tesi difensiva secondo cui non ci fu alcuna furia omicida ma una sola coltellata compatibile con la tesi dell’incidente. La Procura e l’avvocato di parte civile Giorgio Murino (che tutela gli interessi della figlia dell’imputata) annunciano battaglia.

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