Uccisa e congelata: trent’anni a Caria

L’artigiano di Berchidda è stato ritenuto responsabile della morte dell’ex compagna trovata nel freezer a Bologna

BOLOGNA. Impassibile, apparentemente imperturbabile. Così Giulio Caria, 35enne artigiano originario di Berchidda, ieri pomeriggio ha ascoltato la sentenza del gup Gianluca Petragnani Gelosi del tribunale di Bologna che lo ha condannato a trent’anni di carcere per aver ucciso e nascosto in un freezer ex fidanzata Silvia Caramazza di 39 anni.

Caria, jeans e camicia bianca, non ha mai ammesso di essere l’autore dell’omicidio: l’operaio si è sempre proclamato innocente, nonostante prove e indizi lo incastrassero.

Il pubblico ministero Maria Gabriella Tavano aveva chiesto per lui l’ergastolo per omicidio aggravato dall’aver agito con crudeltà, dallo stalking e dall’occultamento di cadavere. Il giudice dell’udienza preliminare ha riconosciuto le aggravanti dello stalking e dell’occultamento, ma non quella della crudeltà, in quanto l’accanimento sarebbe avvenuto quando la 39enne era già spirata. «Sono innocente e affido ai miei difensori tutte le argomentazioni a mia discolpa», aveva detto Caria la scorsa udienza, ma le prove a suo carico erano schiaccianti. Il sostituto procuratore aveva definito «condotte di persecuzione» quelle che l’uomo aveva messo in atto nei confronti della donna che diceva di amare.

Microspie a casa e persino nella borsetta per seguire ogni spostamento. Controlli alle mail della fidanzata che venivano «raggirate – così aveva scritto il pm – simulando l’intervento di inesistenti investigatori privati». La scomparsa di Silvia Caramazza era stata denunciata da due amiche in questura il 19 giugno dell’anno scorso. Quello stesso giorno Giulio Caria aveva detto alla polizia di trovarsi con la sua fidanzata a Catania, aveva comunicato persino un indirizzo ma stranamente si era rifiutato di passare il cellulare alla donna, raccontando agli investigatori che lei non aveva alcuna voglia di parlare al telefono con loro. A quel punto la questura di Catania aveva fatto scattare un sopralluogo nel posto in cui l’artigiano di Berchidda aveva detto di essere con la compagna ma dei due non avevano trovato traccia. Per gli inquirenti questa sarebbe solo una delle tante bugie che l’uomo avrebbe collezionato nel tempo. Dopo le ricerche – che durarono otto giorni – il cadavere di Silvia venne ritrovato dagli uomini della squadra mobile chiuso in un freezer in camera da letto nell’appartamento della donna.

I muri della stanza dove Silvia è stata uccisa erano stati ridipinti con vernice azzurra per cercare di cancellare le

macchie di sangue. Operazione inutile perché la polizia scientifica riuscì comunque a isolare delle tracce. Per gli inquirenti un’ulteriore prova a carico di Caria: l’uomo comprò un nuovo materasso e le sue impronte digitali furono trovate sui sacchi in cui era stato chiuso il corpo di Silvia.

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