Van De Sfroos: «Il mio mal di Sardegna»

Il cantante, che chiude stasera al “Tonino Dei” di Lanusei il festival Rocce Rosse, parla del suo rapporto con l’isola

LANUSEI. Davide Van De Sfroos, viaggiatore e cantastorie “tribale” come egli stesso si definisce torna alla “sua” Sardegna, stasera con la sua band (ore 21) sul palco del “Tonino Dei” di Lanusei, evento finale di Rocce Rosse, con il carico di musica rock blues e di canzoni eseguite in “laghèe”, la lingua di chi, come lui vive attorno al lago di Como. Storie di minatori e contrabbandieri, ma anche di costruttori di motoscafi che hanno scelto di lavorare e vivere in Sardegna, ad Arbatax.

«In una mia canzone parlo di uno dei tre figli di Guido Abate, grande costruttore di motoscafi, un pioniere. Bruno. Lo conoscevo sin dall’infanzia. Scomparve qualche anno dopo un mio concerto ad Arbatax che proprio lui stesso aveva voluto. Lì avevo visto quanto aveva costruito con passione e bravura. Qualcosa che dalle nostre parti non gli era riuscito. “Laggiù riesco a fare tanto mentre qui, ripeteva indignato, non riesco a dedicare neanche una piazzetta al ricordo di mio padre”. Questi costruttori erano personaggi rocamboleschi e perfino un po’ guasconi ma di barche se ne intendevano e il loro nome è ancora per il mondo, sinonimo di qualità. Storie di gente della mia terra che hanno scelto di lavorare e vivere in Sardegna. Gente di lago per i quali è proprio quello il mare, prima ancora di altri mari».

«Ma ci sono anche – continua a raccontare Van de Sfroos – le canzoni come quella dedicata ai minatori di Frontale: non ha stonato di certo davanti al pubblico di Carbonia che si è riconosciuto in quelli del Sulcis, una terra che ho girato in lungo e in largo. Da Buggerru a Portixeddu e Capo Pecora, tra vestigia antiche e fantasmi di miniera, parlando con tanti ex minatori diventati pescatori. Ho sempre usato la musica per raccontare le persone, dando la mia voce a chi fa questi lavori. Voglio testimoniare e ricordare come, mentre ci poniamo tante domande sul domani o sul governo, loro sono lì a costruire e a fare. Alcuni magari saranno pure borderline, vivendo sul filo del rasoio tra quello che può essere credibile e incredibile, ma vanno comunque percepiti con rispetto. In tanti tra chi mi segue, ascoltano e capiscono: è questo il mio vero successo. Non sono cioè solo colui che sale sul palco con una chitarra in mano. Ma piuttosto un viaggiatore, un cantastorie tribale che cerca di raccontare cosa accade attorno a noi, nelle nostre e nelle altre terre. Quelle che ho avuto ed ho la fortuna di attraversare».

Parliamo di quella di Sardegna, allora. Lei, uomo del lago e del Nord ama questa terra da attento studioso e cultore. Al punto di averle dedicato nel 2006, “Ventanas”, un brano e un dvd.

«Da un punto di vista etnico e antropologico le affinità non mancano certo. Ricordo che fui in Sardegna, la prima volta, a 13 anni: è quello il primo innamoramento. Dovevo stare una settimana, ci rimasi un mese. Inglobato dall’ospitalità e l’amicizia. Allora ho iniziato a incuriosirmi della lingua e dei costumi. I primi canti a tenores li ascoltai a Pittulongu, vicino a Olbia. Quando venne il momento di partire sentii il distacco in profondità, segno che mi stavo affezionando per la prima volta ad una terra che non era la mia».

Poi si mise a studiare e leggere. Soprattutto Grazia Deledda

«Tornai in Sardegna diverse volte. Non solo al nord ma anche al sud, a Pula e Cagliari ospitato più volte dalle Balentes. Visitai il centro dell’isola e l’Ogliastra, da Tortolì a Lanusei ed Arzana. Naturalmente gli stimoli per cercare di capire meglio non son mancati. Così ho iniziato a leggere e scavare sulla magia dei simboli, gli usi e i costumi. Sono nati rapporti di amicizia e collaborazione con artisti come i Tazenda, le Balentes, Beppe Dettori e di recente Antonio Pani. E poi gli scrittori. Grazia Deledda soprattutto. Ma anche altri. Libri di storici e studiosi di tradizioni popolari e antropologia. Nacque così la mia passione per conoscere i quattro ceppi principali della lingua sarda. Mi appassionai anche al Carnevale, iniziando da Mamoiada, complesso e ricco di significati. E così dei rituali. Come quello ad esempio legato alla siccità, diventati oggetto di mia curiosità e studio. Ma soprattutto ho sentito crescere in me un legame speciale proprio con il popolo sardo. Ogni volta che qualcuno percepiva il mio interesse e rispetto per la cultura lo ricambiava con amicizia e ospitalità. Un fil rouge potente. Così si spiega perché porto sempre con me il simbolo dei Quattro Mori.

Ho capito che questa isola è qualcosa di diverso da come viene percepita in Continente. Al di là delle magliette souvenir ho capito che in Sardegna c’è un popolo antichissimo con una storia profonda. E l’ho sentita mia. Qualcuno soffre di mal d’Africa, io ho contratto il mal di Sardegna».

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