Le voci della scrittura nel ricordo di Atzeni

L’affettuoso tributo degli autori sardi a vent’anni dalla morte

CAGLIARI. Sergio Atzeni, vent'anni dopo, è un mare in tempesta che racconta agli aedi la storia dei Sardi, è il custode del tempo, il ragazzo di pietra rapito dal vento. Nel tributo che gli scrittori sardi e Gavino Murgia con le sue musiche, hanno dedicato a Sergio Atzeni, c'è l'eredità che ha lasciato di lingua e immagini, di storie e illusioni nelle quali ciascuno trova un pezzo di sé.

Ideato dal fotografo Marco Alberto Desogus e organizzato da Liberos in collaborazione col Teatro di Sardegna, il reading si è aperto domenica alle 15 al Teatro Massimo con l'intervento telefonico di Salvatore Mannuzzu che ha letto di Luca Treu, un personaggio di Antonio Franchini ispirato a Sergio Atzeni: «A guardarlo dietro le rughe e la barba brizzolata rivelava il ragazzo che era stato: “Io, da giovane sono stato bello”. Non infantile, non aggressivo, ma animoso (…) aveva vissuto spendendo poco rancore e molto fiato ed era morto rapito dal dio del fiume che tanto amava».

Gavino Murgia crea il vento e lo sciabordio del mare, mentre col sax placa gli elementi, pacificando gli animi. Costruisce la colonna sonora, il polistrumentista nuorese, sulla quale si alternano la lettera di Eliano Cau : «Sei passato leggero ma hai tracciato un cammino dentro e fuori quelli come me» ed evoca un passato di lotte e letteratura nel quale Atzeni resta modello «da conoscere e da additare per far nascere nuove passioni e nuove idee di cui abbiamo bisogno»; la filastrocca di Bruno Tognolini che ringrazia Atzeni per averci regalato una Sardegna fiabesca; l'intervento al telefono di Massimo Brai che, da ex ministro alla Cultura, offre una lettura di “Passavamo sulla terra leggeri” dei sardi nuragici «Eravamo felici... a parte la follia di ucciderci l'uno con l'altro». La lettura di Atzeni arriva per Andrea Atzori, dopo il liceo, quando lo scrittore già era morto: «Ero su un'amaca, per tre giorni non mi sono staccato da lì. Mi parlava della Sardegna come un Omero con lo sguardo da sardo, mi ha donato il mito. Sono passati gli anni: sono ancora su quell'amaca». Nei rimandi di lettere e letture Stefano Aranginu ricorda la scoperta a 17 anni «D'essere un popolo che è tanti popoli, d'avere una lingua fatta di tante lingue. Tu che mi racconti chi sono, chi ero e chi avrei potuto essere. A lonely man, tu che hai scritto per me senza sapere che io esistessi, leggerò e ascolterò la tua disperazione e così starò condividendo la tua solitudine».

La scansione delle citazioni passa attraverso il Caino di Fois, la visione di Cagliari nel “Figlio di Bakunìn” letta da Fabrizio Demaria, l'ebreo marrano, istrangiu di Michela Murgia, l'odore della cacca dei cavalli nella Castello del Seicento di Celestino Tabasso: «Il profumo delle cose che ha scritto. E mi mette una strana allegria il pensare che sopravviverà anche a noi». Savina Dolores Massa racconta «La sera di marzo... quando il vento uccise mio padre che guardava le barche che uscivano. Il vento – hanno detto – l'ha prelevato dal bastione. Qualunque cosa ti dicano sappi che la colpa e il merito sono sempre degli uomini, non c'è dio che tenga. E' il vento dicevano, ma il vento è come dio: non si vede. E se non è stato il vento, chi allora?». Un crescendo di percussioni annuncia con la voce di Gianni Tetti l'invasione delle cavallette che travolge Lillicu nel Sarraxiu e la storia di Carluccio e di colui che narra letta da Marco Porru. Atzeni è per tutti l'icoraggiatore. Così Giulia Clarkson si cimenta l'ironia sui vizi dei simposi letterari, Antonello Pellegrino traduce in sardo il crollo dell'impero raccontato da “Itzoker”, Gianni Zanata

racconta di Tonino Camboni che, per una cacata, ferma il 5 in via Manno.

Manuelle Mureddu ricorda con gratitudine “Passavamo sulla terra leggeri” che ha segnato il suo esordio di disegnatore professionista e conclude «Nell'essere stati nuragici e felici, lì, forse, sta la felicità».

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