Effetto Mattarella: in Regione c’era già

Pd e Sel insieme. Una maggioranza che non ha bisogno del centrodestra. E il Patto del Nazareno sempre sgradito a Fi

CAGLIARI. Tre forni in Italia, era uno solo e resterà uno solo in Sardegna. Cambierà poco o nulla, nella politica isolana dopo il capolavoro renziano per il Quirinale, l’elezione plebiscitaria di Sergio Mattarella. Anzi, quello che è accaduto a Roma, in questi giorni, non farà altro che rafforzare l’esistente. Dovunqu,: in Consiglio regionale, dentro e fuori la Giunta, non ci saranno effetti collaterali. In questi Palazzi, il forno sarà ancora solo quello acceso dal Pd all’inizio della legislatura: governare la Regione insieme agli alleati di Sel e al mondo sovranista.

Da allora in poi, mai c’è stato un contatto neanche informale con l’opposizione e tanto meno con Forza Italia, come ha fatto Matteo Renzi, con il suo primo forno, quello delle riforme, con a fianco Berlusconi. Mai qualcuno del centrosinistra sardo ha pensato, dal 16 febbraio in poi, ad allargare la maggioranza a pezzi del centrodestra e al Nuovo Centrodestra in particolare, tra l’altro neanche presente nell’aula del Consiglio. A Cagliari, almeno nei numeri, la coalizione è solida e un appoggio esterno non serve, come ha dovuto fare invece Renzi per tirar su il Governo, con la scelta del secondo forno, insieme all’Ncd di Alfano. Ancora meno qualcosa cambierà, nell’isola, all’indomani del terzo forno voluto dall’ex sindaco di Firenze, per portare Mattarella fino al Colle. Nei Palazzi sardi, Sel è da sempre uno storico alleato del Pd e se di recente (leggi la scelta dei grandi elettori) i vendoliani hanno stretto un patto con sovranisti e Centro Democratico, è stato più che altro per dare un segnale interno alla coalizione. O meglio ancora: Sel più che altro ha voluto lanciare un avvertimento a quella parte del Partito Democratico fin troppo impegnato a criticare la giunta Pigliaru e a ipotizzare chissà quale rimpasto di cui ancora nessuno parla. Dunque, anche il terzo forno renziano non cambierà granché nell’isola: c’era già. Però tutto potrebbe trasformarsi in una lezione per il Pd sardo. Avrà capito che le divisioni interne non servono e solo se resterà compatto, seppure con posizioni differenti su alcuni temi, potrà continuare a essere il partito guida del centrosinistra in Sardegna e a non essere più messo in difficoltà dagli alleati? In attesa di capire come il Pd applicherà la lezione renziana, anche il centrodestra sardo dovrà ragionare su quanto è accaduto a Roma. Dalla contesa per il Quirinale, Forza Italia nazionale è uscita male, e quella sarda? In Consiglio regionale, nessuno si è stracciato mai le vesti per il Patto del Nazareno. Nonostante in Aula e fra gli iscritti i berlusconiani siano in netta maggioranza rispetto ai ribelli guidati da Fitto, Forza Italia ha visto sempre di traverso l’accordo con Renzi e per la verità anche i rapporti con i fedelissimi del Capo finora non sono stati eccezionali. Un esempio, eccolo: la troppa indecisione romana nella scelta del coordinatore regionale, posto vacante, e l’incapacità di saper azzerare le contrapposizioni che hanno messo contro i notabili sardi dopo la sconfitta alle Regionali. Ora che Forza

Italia è convinta di avere le mani libere, il Patto del Nazareno è finito, anche in Sardegna potrebbe esserci un primo effetto: la nomina immediata del coordinatore. E al Centro cosa accadrà? Nulla, continueranno ad andare avanti in ordine sparso: dalle ceneri Dc non nascerà una nuova Dc.

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