il caso

I Quattro Mori della discordia

Le reazioni della politica e della cultura alla proposta di Sciola di cancellarli dalla bandiera

SASSARI «Caro presidente lei ha ragione nel dire che i Quattro Mori sono il simbolo della nostra storia. Il punto è capire di quale storia». Sono le parole di Franciscu Sedda, segretario regionale dei Partito dei sardi, indirizzate al presidente del Consiglio regionale della Sardegna Gianfranco Ganau. In meno di ventiquattr’ore la richiesta indirizzata al neopresidente della Repubblica Sergio Mattarella dallo scultore Pinuccio Sciola di togliere dal vessillo sardo i Quattro Mori fa il giro dell'isola, entrando di prepotenza nell’agenda politica e culturale sarda. Perché se Ganau, a colpi di tweet, difende strenuamente la bandiera con un perentorio: «I Quattro Mori non si toccano!», Franciscu Sedda gli risponde a stretto giro rimarcando come quelle teste mozzate siano il simbolo sì di una storia, ma di servitù. Con loro inizia «lo sterminio e l'esecuzione della naciò sardesca, per dirla con le parole dei dominatori catalano-aragonesi – spiega Sedda in una lettera inviata al presidente dell'assemblea regionale –. I Quattro Mori sono il simbolo della perdita dell'indipendenza, del venir meno della nostra sovranità nazionale».

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Per il leader indipendentista si sta difendendo un simbolo nemico, macchiato nel sangue dei sardi scannati nella battaglia di Sanluri del 30 giugno 1409. Battaglia che portò definitivamente gli aragonesi ad avere in mano l'intera isola dopo aver sbaragliato le ultime resistenze del giudicato d'Arborea guidato da Guglielmo III di Narbona. L'albero sradicato simbolo degli Arborea finì così per essere sostituito dai Quattro Mori che sin dal 1281 compaiono nei sigilli in piombo della cancelleria catalana. I Quattro Mori della bandiera sono infatti, secondo la tradizione, le teste mozzate dei sovrani musulmani uccisi nella battaglia di Alcoraz, in Spagna, nel 1096. Un simbolo dei dominatori, insomma, tant'è che Sedda rilancia: «Se si cerca una bandiera che abbia rappresentato un momento di unità, sovranità e indipendenza dei sardi, quella c’è già, ed è l’albero verde in campo bianco che i sardi sventolavano a Sanluri e nella lunga epopea che da Mariano IV a Eleonora a Leonoardo Alagon li ha visti battersi per una Sardegna libera e sovrana».

«Un albero verde – prosegue Sedda – pronto ad accogliere sotto le sue fronde e a condividere i suoi frutti con tutti coloro che vorranno trovarvi riparo e curarlo con amore; come si conviene a una nazione sarda inclusiva e aperta che non discrimina ma affratella, che si prende cura di tutti i suoi figli, della loro prosperità e dignità. Per il resto, la storia è aperta a tutte le possibilità. Anche a quelle più contraddittorie. E soprattutto è aperta alle nostre scelte. Il punto è dirci quel tanto di verità per poter esercitare le nostre scelte in libertà e coscienza».

Nella contesa entra in gioco anche il sottosegretario alla Cultura Francesca Barracciu, che risponde direttamente a Ganau avvicinandosi alle posizioni di Sedda: «Caro Gianfranco – scrive su Twitter – è la nostra bandiera ma i Quattro Mori non rappresentano affatto la nostra storia. Lo dice la Storia».

Con il passare della giornata arrivano altri contributi. Lo scrittore Marcello Fois rimane perplesso di fronte all'idea di Sciola: «Sinceramente sarebbe l'ultima cosa che chiederei al presidente della Repubblica. La Sardegna è una regione scomparsa dalla storia recente di questo Paese. D’altra parte, io stimo molto Pinuccio e vorrei riflettere meglio sui motivi di questa sua richiesta. Se le parole di Pinuccio servono, in realtà, a far emergere qualcos’altro, ben vengano: sono disposto a fare una battaglia etica».

Lo storico Manlio Brigaglia è lapidario: «Sono molto amico di Pinuccio e suo grande ammiratore. E' un artista coraggioso, originale e pieno di idee. Quest'ultima, però, non ha nulla a che vedere, mi pare, con la storia e con il sentimento comune dei sardi di oggi». Più possibilista un’altra storica, Eugenia Tognotti: «I Quattro Mori – dice – sono diventati nel corso del tempo un simbolo ben preciso, molto vivo nel cuore dei sardi. Se volessimo cambiarlo, dovremmo trovarne uno altrettanto forte e, soprattutto, condiviso da tutti. E non è semplice».

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