La moda italiana dell’età dell’oro

Al museo Maxxi di Roma in mostra gli anni in cui nacque il mito del made in Italy

ROMA. “Miracolo”, “boom”. Sempre più ci appare come età dell’oro quel ventennio che va dalla fine della seconda guerra mondiale al 1968. Pare impossibile che il Pil italiano abbia toccato nel 1960 il record di crescita dell’8,3%, e ancora di più che il Paese dettasse legge nel cinema, nell’arte, nel design. Tendenze creative personali e collettive il cui intreccio può forse essere testimoniato al meglio da quella sorta di piattaforma di linguaggi che è la moda.

“Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968” è la mostra che al Maxxi di Roma racconta fino al 3 maggio gli anni all’origine del successo del “made in Italy” (www.fondazionemaxxi.it).

Disposti su un lungo nastro-passerella, gli abiti delle maison storiche sono raggruppati per temi. La sezione “Arty” documenta l’ispirazione alle opere di artisti (Burri e Vasarely per Roberto Capucci, Fontana e Calder per Mila Schön) o la vera e propria collaborazione alla produzione: è il caso di Alviani e Scheggi per Germana Marucelli, o di Dorazio come disegnatore di pattern per le seterie comasche. I tailleur e i cappottini sono i protagonisti della sezione “Giorno”: la faccia meno appariscente dell’alta moda, quella in cui le lavorazioni artigianali si innestano sulle industriali, in un percorso che condurrà al prêt-à-porter. Uno dei filoni più originali di quegli anni è il “Bianco e nero”, in cui il ritmo cromatico e grafico detta le regole di sperimentazione di nuove soluzioni formali. Non meno interessante è ripercorrere l’evoluzione degli abiti da cocktail e di quelli da gran sera, linee e architetture che dalla decorazione esasperata passano a una progressiva essenzialità.

La sezione “Cinema” testimonia l’epopea della “Hollywood sul Tevere”, di quando il cinema italiano e le grandi produzioni internazionali si nutrivano dell’alta moda romana e delle sue atmosfere. Il film di Luciano Emmer “Le ragazze di Piazza di Spagna” ha come scenario l’atelier delle Sorelle Fontana, i cui abiti sfilano nella sartoria torinese del film di Antonioni “Le amiche”. Le attrici italiane e quelle internazionali diventano clienti affezionate delle sartorie romane, le cui creazioni diventano icone che il cinema a sua volta utilizza come ispirazione. È il caso di "Pretino", l'abito ispirato a quelli cardinalizi che le Sorelle Fontana realizzarono nel 1955 per Ava Garner e poi ripreso da Anita Ekberg ne “La dolce vita” di Fellini. Accompagna il percorso l’opera di tre fotografi che hanno raccontato i paesaggi dell’alta moda italiana.

Pasquale De Antonis fece dialogare gli abiti con la classicità della Roma antica, scegliendo come palcoscenico le pietre dell’Appia Antica, i palazzi barocchi,

le stanze dei musei capitolini. Al contrario Federico Garolla inserì nelle sue composizioni la Roma moderna, le architetture razionaliste, una città affollata e già assalita dal traffico. Ugo Mulas fotografò le modelle in giro per il Paese, in una sorta di ottocentesco viaggio in Italia.

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