Cinquanta sindaci-coraggio e il diritto a vivere nei borghi

Una mostra di ritratti fotografici di Tore e di Vincenzo Ligios a Sa Illetta

CAGLIARI. Il praetor vola alto e delitto sarebbe se si occupasse "de minimis". Il contrappasso lo firma un tandem familiare non giuridico domiciliato a Villanova Monteleone tra Punta Minerva e il lago dell'alto Temo, Tore e Vincenzo Ligios, padre-fotografo-sociologo e figlio videomaker-psicologo. Uomo del dopoguerra il primo, ragazzo della fine del sogno industriale e degli anni piombo il secondo. Tore, 65 old, sardissimo dentro e fuori. Vincenzo, neanche trentenne generazione Erasmus. Dopo il liceo a Sassari e la laurea in Psicologia a Padova, ha errato sua sponte di gente in gente fra Helsinki, Edimburgo e Bruxelles senza dimenticare Mamoiada e Alghero. Il padre armato di Hasselblad ispirato al modello della semplicità del tedesco August Sander. Il figlio con Canon digitale cita il regista statunitense David Lynch e il figlio Austin. Così la Sardegna "de minimis" si conferma originale ed entra nel mondo. È mondo. È Atlante.

Padre e figlio, in una Sardegna sempre più incapace di fare centro sui fondamentali dell'economia e della società hanno immortalato, tra pellicola video e audio (anche in sardo), i cinquanta sindaci-coraggio dei Comuni più piccoli dell'Isola, a partire dai 98 abitanti di Baradili. Volti di cinquanta amministratori, giganti al pari di Mont'e Prama. Devono governare il vuoto, il nulla o quasi. I loro volti sono esposti nell'androne di Tiscali-Sa Illetta nell'edificio black and wihte che in laguna ricorda l'architettura moderna in sintonia con la maestosità della basilica di Saccargia. La quasi teen ager sindaco di Onanì Clara Michelangeli indossa stivali mamuthone bianco con jeans slabbrati, potrebbe vestire indifferentemente Leitmotiv o Twin-set. I sindaci di Ula Tirso Antonello Piras e di Tiana Bruno Curreli sembrano seduti in uno studio del Fondo monetario internazionale. Claudio Palmas, sindaco di Villanova Truschedu, davanti a un murale fra ostensori, costumi, scapolari, stendardi, obrieri e prioresse oranti. Rosolino Petretto (Ittireddu) e Tiziano Lasia (Martis) al centro di un territorio carico di storia e di gesta ma desolatamente deserto, improduttivo. Le donne sindaco di Lei (Marcella Chirra con aria da manager), Adele Virdis di Aidomaggiore fra libri che chiedono alla Sardegna solo di essere letti, Annarita Cotza (Setzu) con un bimbo fra le braccia sembra invocare l'incremento demografico, Maria Grazia Carta (Tinnura) ha l'aspetto di una sacerdotessa, sembra Irene Papas, donna-mito sotto un quadro con la rivolta di Giovanni Maria Angioy. Maria Grazia, sguardo da tac, ci ricorda che «siamo chiusi a riccio», viviamo «con scarsa apertura mentale».

Vanno visti e interpretati questi volti parlanti. Sono nell'Atlante e nel cd (testi in italiano e in inglese) dei sindaci testimoni dell'emigrazione che ha rifatto le sue valigie, dello spopolamento devastante, dell'assenza di lavoro. Sono i sindaci dei paesi dove più alta è la fuga degli studenti dai banchi di un'aula. E la Regione che fa? Alla Sardegna col più basso rapporto fra popolazione e laureati/diplomati, col più alto tasso di dispersione scolastica, con universitari che cercano atenei di OltreTirreno, risponde - in modo beffardo, anche filologicamente - non con l'auspicato potenziamento dell'istruzione ma col dimensionamento. Incute terrore questa parola usata con nonchalance dalla politica 2.0 di viale Trento. Sindaci stritolati dal patto di stabilità, dalle invocazioni quotidiane a Regione e Stato che rispondono col silenzio o con i tempi della geologia.

Sonia Borsato, curatrice della mostra, sottolinea che ognni testimonial esterna «l'umiltà dell'appartenenza e il confronto totale con la comunità di cui si sentono parte, carne» in mezzo a luoghi che certificano «il cortocircuito temporale, l'incoerenza del progresso mentre ci raccontiamo il passato». Giulio Angioni rimarca «tenaci continuità ma anche rotture e drastiche innovazioni». Pietro Soddu, che è tra i pochi a capire quanto sia devastante mettere il sigillo a un'aula sotto monte Rasu, vede nelle immagini e nei filmati Ligios padre-figlio una «modernità riluttante». Analizzando gli ambienti che incorniciano i sindaci di Onanì e Osidda, Soddu decodifica così quelle immagini: «Entrambi comunicano un'idea abbastanza chiara della malinconia di una modernità delle forme alle quali manca l'opera, il fare, l'essere dentro la storia che cambia». E auspica, «per uscire dal lungo sonno degli ultimi decenni», che occorra essere «visionari», cercando di «recuperare il tempo perduto seguendo una visione diversa da quella che opprime e mortifica l'oggi o lo assoggetta alle spinte imitative del capitalismo consumistico». A che cosa guarda Tiziano Schirru, sindaco di Ussaramanna sotto una lolla con lampada Xenon Technology? E Giorgio Scano (Simala), attore disincantato che sarebbe piaciuto a Pietro Germi? Perché Armando Delussu (Goni) è davanti ai sepolcri megalitici di Pranu Mutteddu che non riescono a evocare il fascino di Stonehenge nelle campagne inglesi di Salisbury? Quali risposte avrà Silvano Arru (Borutta) nell'amarcord di un paese con «una vita sociale intensa e le scuole in funzione»?

Sonia Borsato si chiede «quale nuova fase etico-estetica sorgerà nella delicata era di post-decadenza berlusconiana». Vincenzo Ligios ha più speranze. Dice: «Anche nel '600 davano per morti villaggi che ancora esistono mentre sono scomparsi gli istituti che profetizzavano

carestie. A me e io padre - che ha ideato il progetto - interessava documentare. Rispettiamo la vita dignitosa che quei sindaci conducono. Questi Comuni de minimis raccontano la contemporaneità, sono un fermo-immagine anni Duemila. Per costruire una Sardegna migliore di quella di oggi».

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Come trasformare un libro in un bestseller