Raccontare lo sport, la “Voce” del basket svela il suo segreto

Incontro a Sassari con il giornalista Flavio Tranquillo che ha presentato “Altro tiro, altro giro, altro regalo”

SASSARI. Il suo urlo da bordo campo a Salt Like City nelle finali Nba del 1998 sul tiro decisivo di Michael Jordan ha conquistato generazioni di telespettatori sportivi. Da allora Flavio Tranquillo è “la voce” del basket, una star che ha saputo raccogliere il testimone da Dan Peterson e reinterpretarlo in chiave moderna diventando un punto di riferimento per tutti i baskettofili e in particolare i più giovani. E a Sassari il giornalista milanese ha avuto davvero un’accoglienza da star per la presentazione del suo libro “Altro tiro, altro giro, altro regalo” edito da Baldini&Castoldi , uscito lo scorso ottobre e giunto già alla quarta edizione. Quasi cinquecento persone (molte delle quali in piedi) hanno affollato giovedì sera il salone della Camera di Commercio nell’evento organizzato da Liberos e dalle cinque librerie sassaresi, trasformatosi in una vera e propria serata di grande basket parlato grazie alla presenza del coach della Dinamo Sassari Meo Sacchetti reduce dalla vittoria della Coppa Italia lo scorso week-end a Desio.

Le sue telecronache sono un punto di riferimento per tantissimi appassionati: che cosa risponde ai giovani che le chiedono come si fa a diventare Flavio Tranquillo?

«Onestamente non credo di aver avuto un percorso professionale difficile, anche se all’inizio ci sono stati momenti pionieristici. Il fatto è che alla fine di serate come questa c’è sempre qualche ragazzino di 15-16 anni che si avvicina timidamente e mi chiede un consiglio su come diventare giornalista e io non so che cosa rispondere, mi trovo in difficoltà perché non esiste un vero indirizzo per diventare giornalista. Paradossalmente, se quel ragazzino mi dicesse che gioca in Serie C e vuol diventare un giocatore migliore potrei dargli tanti consigli. Non so come la pensiate voi, ma questo è davvero un problema».

La televisione e i libri, come i giornali, stanno subendo la concorrenza di internet?

«I libri mi sembra di no e a dire il vero avrei pensato il contrario. Evidentemente la loro possibilità di fornire l’approfondimento degli argomenti ha permesso di sopravvivere al web, è qualcosa che resiste».

A proposito, da qualche anno Sky ha abbandonato le trasmissioni di approfondimento sportivo per puntare tutto sulle dirette.

«Sono scelte delle quali non mi occupo. Dico solo che gli approfondimenti vanno fatti bene, non basta mettere un po’ di gente in studio. Una trasmissione di un certo tipo deve impiegare persone e mezzi, dietro deve esserci un lavoro di organizzazione e supporto».

I giornali cartacei, invece, sono davvero destinati a soccombere al web?

«Questo è un problema complesso. Intanto i giornali sono fatti male, seguono un percorso sbagliato. Mi spiego: il web ormai è imbattibile nell’immediatezza delle notizie date al pubblico, ma i giornali di carta non sanno cogliere la situazione e non sanno dare gli approfondimenti. Così si rivelano un prodotto che ha immediatezza diciamo cinque e a livello di approfondimento valgono addirittura quattro».

Un altro problema è che nessuno sembra aver ancora capito come fare veramente i soldi dal web facendo informazione.

«Quella è una situazione comune in tutto il mondo, non crediate che negli Usa stiano molto meglio, anche le testate più prestigiose che da anni hanno intrapreso la strada del web navigano un po’ a vista. A mio parere il problema dovrebbe essere rovesciato e non partire dalla piattaforma che viene utilizzata di volta in volta».

In che senso?

«Nel senso che prima di tutto bisognerebbe pensare a costruire un prodotto fatto bene e poi decidere dove sistemarlo di volta in volta. Il problema è che gli editori utilizzano altri sistemi, un giornale per essere fatto bene ha bisogno di risorse invece si cerca di costruirlo riducendo queste risorse e mandando in prepensionamento più persone possibile».

Tornando al rapporto tra Sky e basket, gli appassionati sono delusi dalle produzioni Rai anche se sono in chiaro e vorrebbero rivedere la Serie A sulla pay tv: si sta andando in questa direzione?

«Sulle produzioni Rai ovviamente non commento. Sulla possibilità che la Serie A ritorni su Sky rispondo che non sono io a prendere queste decisioni ma è possibile che possa accadere visto che quest’anno Sky già trasmette la Serie A femminile la Legadue. Il punto, a mio parere, non è però vedere il basket su Sky o sulla Rai ma che tipo di prodotto il basket stesso propone».

In questo momento che prodotto è il basket?

«La finale di Coppa Italia tra la Dinamo e l’Armani Milano ha avuto 250mila spettatori, in compenso l’ultima trasmessa

da Sky mi sembra che ne abbia avuto 120mila. Peraltro, non si può ridurre tutto al fatto che una partita venga trasmessa o meno in alta definizione. Il basket italiano deve capire che cosa vuole essere, in questo momento la Lega non ha nulla a che vedere con quello che succede dentro il campo».

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