Mannuzzu sottile indagatore del quieto orrore quotidiano

Einaudi ripropone il giallo giudiziario del 1988, ambientato a Sassari e Bosa

MASSIMO ONOFRI. È il 17 marzo del 1978, il giorno dopo quello del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, quando, nella città di T. (in cui non è difficile riconoscere, nemmeno al turista per caso, quella di Sassari), il giudice Valerio Garau cade fulminato a soli 47 anni tra i tavoli d’un bar, avvelenato – come accerterà l’autopsia – da un grano di cianuro di potassio, mentre sta scherzando con la sua collega ed amante Lauretta Oppo Martinez. L’indagine viene affidata, non innocentemente, ad un giudice continentale che ha dieci anni più della vittima, con qualche precedente provvedimento disciplinare a suo carico, un uomo metereopatico e malinconioso, per niente integrato nella vita della città: colui che dice “io” e ricostruisce i fatti a poco più d’un anno di distanza. Sapremo presto che Garau ha una moglie da cui è divorziato, ma che continua a frequentare, ancora da lei venerato, come quando e quanto gli aggrada; che Lauretta è sposata al più stimato magistrato della città, Giomaria Martinez, il quale sa tutto della relazione adulterina e tutto tollera; che lo stesso Garau, per quanto di sicura e specchiata professionalità, si dedica al traffico clandestino di reperti archeologici; che il suo rapporto di orfano precoce con l’amata sorella Biba, morta suicida e madre d’una figlia handicappata, pare acquistare ogni connotazione possibile, tranne quella della limpidezza. (...)

Come Sciascia

Procedura è un romanzo sulla famiglia, non so se molto sardo, ma di certo molto italiano, elegantemente italiano, dentro una tradizione che, almeno a partire da “I Malavoglia” (1881) di Verga, attraverso la famiglia ha saputo raccontare una specie di controstoria d’Italia, di autobiografia della nazione: ravvisandovi spesso la cellula cancerosa che ha portato in metastasi l’intero corpo sociale. Questo almeno è ciò che emerge da alcuni capolavori come “I Vicerè” (1894) di Federico De Roberto, “I vecchi e i giovani” (1913) di Luigi Pirandello, o, per arrivare più vicini a noi, ma restando sempre in Sicilia, come “A ciascuno il suo” (1966) di Leonardo Sciascia. Le geografie letterarie possono anche non avere alcun senso: e forse non ne hanno sul meridiano universale della letteratura. Ma noi possiamo farle esistere come mere ipotesi: e ricavarne pure qualche profitto.

Lontano dalla Deledda

Prendete la Deledda e Mannuzzu: che hanno poco o niente in comune. Se non, appunto, il fatto che entrambi rappresentano la famiglia come un campo di tensioni, se non l’unico senz’altro il principale, che sa ricapitolare tutto il turbato piacere e l’orrore, talvolta persino cauto, di cui è capace la vita. Certo, la Deledda, dentro la famiglia, si confronta con gli implacabili riti e le liturgie collettive in cui è sempre la donna a pagare dazio: e nell’esatto pagamento di quel dazio ha saputo trovare la sua grandezza di scrittrice. Niente di tutto questo in Mannuzzu: il quale, addestrato a tutte le malizie psicanalitiche novecentesche, ha cercato – e trovato – nella famiglia il luogo privilegiato dell’ambivalenza e dell’ambiguità, il primum ineluttabile, eppure impronunciabile, d’ogni morale e d’ogni decenza, la chimica segreta della vita. Scrittori diversissimi, insomma, la Deledda e Mannuzzu, ma solidali nella convinzione che la famiglia è quanto di più importante noi abbiamo, ma è anche tutto ciò che dobbiamo patire: con le sue dolci, irrinunciabili, eppure oscene, strozzate, verità. (…)

Il convitato di pietra

Mannuzzu ha la perfetta consapevolezza che, nel Novecento, la vita ha finalmente incontrato il suo convitato di pietra: e s’è regolato di conseguenza. Se la vita langue o latita nel dolore, a cominciare da quella dell’io narrante, alla fine il più implicato di tutti, ecco che la pagina s’infoltisce di correlativi oggettivi: «La collezione clandestina di oggetti da scavo», il libro giuridico che la vittima ha prestato al narratore e mai restituito, la foto di Biba e Valerio bambini che pare raffiguri «una Deposizione».

L’albero di Giuda

«Sepolcrale» è il palazzo di giustizia, da dove poi muove, per ritornarvi sempre, tutta la vicenda. Mentre incontriamo quasi subito, nelle parole di chi narra, l’immagine della tomba di famiglia, «protetta, sotto il grande albero di Giuda, da superstiti sussieghi nei busti allineati e nelle arenarie muffite». La tomba degli avi: appena meno perentoria, nei romanzi di Mannuzzu, della casa di famiglia. La famiglia e i suoi morti. Un’ultima precisazione. Il Novecento era cominciato coi morti di Pascoli: che torturavano i vivi con le loro invisibili, intermittenti verità. Finisce con Salvatore Satta: ma si tratta di morti concussi, privati del loro meschino patrimonio di niente, liberati persino dal peso di essere stati. Per rendere il mondo – fosse possibile – ancora più desolato e inabitabile. Tra l’uno e l’altro, ma a ridosso di Satta, c’era stata la parentesi illuminante delle “Stelle fredde” di Piovene: dove addirittura Dostojevskij, attraverso un’enorme buca del giardino della casa avita del protagonista del romanzo, ritorna tra i vivi per descrivere l’aldilà. I vivi? Nel mondo atono e depressivo dell’ultimo Piovene questa sarebbe un’espressione forte. Neanche i morti, però, sono del tutto morti: solo abbastanza, e non finiscono mai di morire. Non è strano, a pensarci bene, che nel secolo del nichilismo conclamato, i morti abbiano tutta questa centralità: la guerra al nulla si può farla anche attraverso una minuta, contabile anagrafe della morte (...)

Le fate dell’inverno

Le foto di Biba e Valerio che incontriamo nell’appartamento del giudice avvelenato ne sono una prima e significativa testimonianza: la vita, proprio quando i suoi fotogrammi si smaltano nella memoria del lutto, comincia a diventare eloquente. Anche questa lezione ci arriva dai libri dello scrittore sardo. Una lezione che si prolunga sino a Le fate dell’inverno (2004), dove i continui, misteriosi, inquietanti rumori assomigliano sempre di più ai rintocchi di un’ora fatale che, inesorabile, si fa ormai prossima. La linea di demarcazione tra il di qua e il di là pare completamente saltata: l’invisibile chiede lo stesso credito del visibile. Non ci sono più paradisi, certo: ma quello che sta sotto gli occhi del lettore non è nemmeno più un combusto e violentissimo inferno. Nel Novecento declinante di Mannuzzu la punizione dei peccati (Le fate dell’inverno: «Quando chiedo a Dio di

accettare la mia vita tolto il peccato, nello stesso tempo penso: tolto il peccato, cosa ne resta»?) si esercita, se si esercita, dentro stati tiepidi: che è il modo specialissimo dello scrittore di mettere l’angoscia in prosa. Ma questo sarebbe un altro discorso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro