dal 2003 al 2011

Dalla Costa Smeralda ricavi per 700 milioni

PORTO CERVO. Una macchina fabbrica soldi. Anche se apre per soli cinque mesi all’anno. Anche se la sua sede è in Sardegna, non nella Silicon Valley. La Costa Smeralda - anche prima della faraonica...

PORTO CERVO. Una macchina fabbrica soldi. Anche se apre per soli cinque mesi all’anno. Anche se la sua sede è in Sardegna, non nella Silicon Valley. La Costa Smeralda - anche prima della faraonica vendita al Qatar nel 2012, stimata dalla Procura di Tempio in 600 milioni - ha tirato fuori soldi a raffica. Tanto per cominciare, 713 milioni di ricavi tra il 2003 e il 2011. E poi - dato impressionante - 222 milioni di dividendi per i suoi soci in quello stesso periodo.

Una performance finanziaria resa possibile dai ricavi di hotel, ville e marina di Porto Cervo, capaci di generare ogni anno 20 milioni di reddito operativo. Ma soprattutto da una sofisticata ingegneria finanziaria messa a punto in Lussemburgo per via di strumenti assai vantaggiosi, chiamati Pecs (obbligazioni convertibili).

Plusvalenza della vendita del 2012 compresa, pari a 450 milioni secondo la Procura, la Costa Smeralda avrebbe dunque prodotto 672 milioni di soldi per i suoi investitori.

In Lussemburgo, please. La storia comincia nel 2003 in Lussemburgo. Lì la Costa Smeralda passa di mano da Starwood a Colony Capital e soci. Tutto per 320 milioni. Chi ci mette i soldi? Le banche, prima di tutto, con un finanziamento di 195 milioni. E poi i soci: 123,5 milioni composti da un mix di soldi e in larga parte di Pecs (Preferred equity certificate), considerati come debiti. Quindi, di mezzi propri - come è scritto nei bilanci - i soci, a cominciare dal capofila Tom Barrack, investono solo 1,5 milioni. La scalata alla Costa avviene quindi a debito.

Il primo rimborso. Nel 2005 arriva già un bel guadagno per i soci. Il debito delle banche viene rifinanziato: Mcc, con la copertura di Goldman Sachs, ne concede uno da 250 milioni. Soldi che rimborsano (in parte) gli azionisti della Costa Smeralda: quasi 40 milioni da dividere tra gli azionisti della società lussemburghese, Colony Sardegna, che controlla gli asset di Porto Cervo. Se li dividono - come si legge nei bilanci in Lussemburgo e in Italia - gli americani di Colony Sardegna (29,6%) e Colony Smeralda (52,5%), gli italiani di Mcc (13,2%) e Sofipa (1,1).

L’affare del 2007. Piccola cosa, quella del 2005, rispetto a quello che accade due anni dopo. In piena estate, quelli di Colony fanno sapere che qualcosa è successo: «C’è stato un significativo incremento di valore della Costa Smeralda» e Colony «soddisfa i suoi investitori con la restituzione del capitale e un considerevole profitto». Nel comunicato non si citano né nomi né cifre. Si capisce solo che sono stati prodotti molti soldi. I successivi bilanci danno nomi e numeri.

In quell’estate del 2007 c’è stato un passaggio finanziario rilevantissimo. Un fondo americano, Tpg-Axon partners, va in soccorso di Barrack. Si impegna a comprare il 49% della società che controlla la Costa. Opziona Pecs, le obbligazioni, per un valore di 186,2 milioni. Ma non entra nella società: matura interessi del 10%.

Quei 186,2 milioni vengono distribuiti ai soci della Costa Smeralda. Un affarone. La parte dei padroni la fanno gli americani di Barrack e soci. Ma anche gli italiani - a leggere i bilanci - possono essere soddisfatti. Mcc (banca nel frattempo passata sotto Unicredit) incamera 24,6 milioni (plusvalenza di 17,9 milioni); Sofipa (sempre Unicredit) porta a casa 2,1 milioni (plusvalenza di 1,5 milioni).

Un prezzo da record. Ma quei 186,2 milioni hanno anche un altro peso. Rappresentano il 49% del valore della Costa Smeralda. Il cui 100%, quindi, ammonta a 380 milioni. Ben 60 milioni in più di quanto era stata pagata solo 4 anni prima. Come è possibile? Troppo basso il prezzo nel 2003? O miracoli della finanza?

Prima e seconda vendita. Agli italiani poco interessa: nel 2011 il gruppo Unicredit vende il suo pacchetto (14,3%) per 17,8 milioni. L’acquirente è alle Cayman, schermato dietro la società Sardinia Beachfront. L’ipotesi è che si tratti del Qatar. Unicredit resta però creditore del finanziamento di 235 milioni.

È solo il preludio alla vendita vera e propria. Quella dell’aprile 2012. La Costa Smeralda (intesa come Smeralda holding srl) passa di mano in Lussemburgo prima da una società di Barrack all’altra: da Colony Sardegna a Colcom per 360,4 milioni. E due giorni dopo da Colcom allo sposo promesso Qatar per un prezzo inferiore: 354,6 milioni. Come è stato possibile?

Le indagini. Su questo punto indaga la Procura. Convinta, file sequestrati dalla finanza alla mano, che il prezzo reale sia stato di 600 milioni con plusvalenza di 450 milioni e tasse non versate per 133 milioni. Un contenzioso agli inizi: oggi i giudici si pronunceranno

sulla richiesta di togliere i sigilli agli hotel per gli abusi edilizi. Il 10 marzo ci sarà il riesame sulla presunta evasione fiscale, con un indagato (Stefano Morri) che con i suoi legali (Francesco Arata e Agostinangelo Marras) dirà la sua.

@guidopiga

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