La civiltà nuragica dai paesini sardi arriva a Venezia

Franco Campus, archeologo e amministratore: «Abbiamo fatto rete e i turisti stanno arrivando»

Piccoli comuni con meno di mille abitanti ma custodi di tesori archeologici preziosi. Nessun consorzio, nessuna organizzazione burocratica, ma la buona volontà, la voglia di opporsi all’oblio attraverso la cultura. Così le comunità di Ittireddu, Teti, Torralba, Padria, Orune, Esterzili, Genoni e Oniferi hanno sposato l’idea che ha portato alla mostra che si inaugura domani a Venezia, aperta fino al 20 aprile nel prestigioso palazzo della Scuola Grande di San Teodoro: “ Identità e orizzonti di una civiltà mediterranea: la Sardegna nuragica”. Ultima tappa di una serie di mostre – patrocinate dal ministero dei Beni culturali, dalla Regione Sardegna e dalle soprintendenze delle varie regioni – che sono partite da Ittireddu nel 2012. Motore e ideatore Franco Campus, vicesindaco del piccolo comune del Monte Acuto, archeologo libero professionista, laureato e specializzato a Roma nella scuola di Renato Peroni, il più importante studioso di protostoria europea.

Una curiosità: con quanti soldi siete partiti?

«Avevamo un budget di 15mila euro a Ittireddu e con questo abbiamo costruito la mostra in paese, editato il volume e portato l’esposizione al museo Sanna a Sassari. Per Roma, Firenze e Genova abbiamo dovuto affrontare altri tipi di costi, in primis le assicurazioni per i reperti. Per l'ultima esposizione, questa di Venezia, dove la logistica è più complicata, c'è il trasporto con i battelli e l'affitto del palazzo, che non è una sede del ministero. Ad oggi abbiamo fatto tutto, trasporto, assicurazioni, stampa, allestimenti e ricostruzioni con meno di 60mila euro. La mostra ha fatto più di 40mila presenze e speriamo che raggiunga e superi le 50mila con Venezia».

Sembra un budget molto basso, per sei mostre di cui quattro oltremare?

«Lo è, ma l'aspetto importante è stato aver fatto rete con comuni piccoli ma custodi di un patrimonio enorme e, ancora più rimarchevole, il ritorno di turisti che dichiarano agli operatori dei siti archeologici di essere stati incuriositi dalla mostra. Solo al nuraghe Sant'Antine ci sono stati 5mila visitatori in più l'anno scorso, e il trend di visite è in crescita dappertutto. Significa che se l'indotto creato da un singolo turista è di qualche centinaio di euro l'investimento iniziale è ampiamente ripagato».

La formula che ha decretato il successo della mostra?

«Mi piace rispondere a questa domanda con una frase che abbiamo trovato nel libro delle visite a Genova: “Finalmente mia mamma ha capito qualcosa dei nuragici”. Direi che la formula è questa: divulgazione e lo sforzo di rappresentare un popolo vivo che lavora, crea, impegnato anche nella vita di tutti i giorni. Un bambino davanti a un nuraghe vede un popolo di adulti, di eroi mitologici, bisogna raccontargli che c’erano anche bambini come lui che imparavano e crescevano, madri, nonni e padri. Nei grandi tabelloni abbiamo spiegato i processi della metallurgia, abbiamo ricostruito i bronzetti, con l’aspetto lucido e dorato che avevano all’epoca, oggetti che chiunque può soppesare, toccare. I preziosi reperti antichi che presentiamo sono ricchi di fascino ma anche l’aspetto didattico è importante».

Come rispondono le istituzioni al bisogno sempre crescente di cultura?

«Sono cambiate molte cose, l’epoca delle torri d’avorio è tramontata, le istituzioni percepiscono questa domanda e ci sono svariate risposte. La divulgazione è una competenza estremamente sofisticata, c’è bisogno di avere solide basi scientifiche e una seria preparazione sulle tecniche di comunicazione. Il ministero non possiede un dipartimento all’educazione, ma con le lauree triennali l’università sta formando una generazioni di archeologici che potrebbero farsi carico della gestione dei siti e contestualmente della divulgazione a fini didattici».

Ma l’accademia è stata un po’ distante dalla curiosità del pubblico?

«Forse sì, ma ripeto, sono tempi passati. Quello che si può notare è che la mancanza di comunicazione e didattica corretta ha creato dei vuoti che sono stati riempiti con le teorie più strane».

Come vede la Sardegna che parla al mondo dall’Expo con la “lingua nuragica” della band di Sos Istentales?

«Dico che la civiltà nuragica è così bella e complessa che non è necessario inventarsi niente. Era un popolo che investiva in innovazione e cultura, senza paura e di accogliere e di confrontarsi col mondo intero. Dovremo imparare da loro».

Come viene percepito il nostro passato dai visitatori in giro per l’Italia?

«In tutto il Mediterraneo e in tutta l’Europa sono fiorite civiltà straordinarie come quella nuragica, non esiste un gerarchia. Quello che sorprende di più è la scoperta della Sardegna come un’isola crocevia, un mondo aperto e centrale. L’esatto contrario di quell’universo isolato e chiuso che spesso ci ha rappresentato».

Una delle novità a Venezia è la presenza di artisti contemporanei che si ispirano alla civiltà nuragica, perché?

«Perché il nostro passato non è solo sepolto sottoterra, ma è una parte integrante del nostro paesaggio e della nostra realtà. Come dice il poeta Daniele Berardo, che ha scritto alcune poesie per la mostra, il nuraghe è “Il principe dell’orizzonte”. Una presenza costante, senza tempo, che si è fissata nella nostra memoria e ha influenzato i nostri sguardi.Le

foto di Salvatore Pirisinu dal titolo “Ritmi del tempo”raccontano i monumenti nelle diverse stagioni, regalandoci anche un piacere esclusivamente estetico. Così le opere di Silvano Caria, Francesco Farina, Mario Gaspa, Lina Mannu e AlineSpada ci parlano del nostro legame identitario».

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