il culto della notizia e la passione civile

Una lunga carriera sempre al servizio del lettore

CAGLIARI. Chissà se avrebbe “passato” questo pezzo. Perché Giorgio Melis amava i fatti, non gradiva le celebrazioni. Ma non è un fatto se è stato lui, per decenni, a Cagliari e a Sassari, l'idea di...

CAGLIARI. Chissà se avrebbe “passato” questo pezzo. Perché Giorgio Melis amava i fatti, non gradiva le celebrazioni. Ma non è un fatto se è stato lui, per decenni, a Cagliari e a Sassari, l'idea di “giornale”? Sì: i fatti. Che per Giorgio erano conditi da entusiasmo, passione civile, etica. Con un solo mito: il lettore.

Con pochi altri fari del giornalismo del Novecento – Giuseppe Fiori, il fratello Vittorino e Angelino Demurtas, per citare tre “Nobel” della notizia di casa nostra – aveva fatto dell'informazione pura la religione laica della sua vita. Certo: prima del lavoro c'era la famiglia di cui è stato un vero sardus pater. Ma nei decenni trascorsi a L'Unione Sarda e successivamente alla Nuova Sardegna, si sentiva al servizio del lettore, si parlasse di cronaca bianca o nera, di giudiziaria o politica. Prima che a Milano esplodesse “Mani pulite”, i magistrati sardi avevano già inviato avvisi di garanzia a manager, ministri e banchieri finanziatori disinvolti delle imprese folli dei mestatori della petrolchimica. Era stata soprattutto la sua schiena dritta a scavare e a far scavare sugli affari loschi della razza-padrona del dopoguerra, sulle scatole cinesi della galassia Sir (andrebbero riviste e rilette le vignette di Franco Putzolu dove si materializzavano le intuizioni di Giorgio), sulle collusioni fra politici «unti e bisunti col petrolio che aveva sostituito l'inchiostro nelle rotative dei due quotidiani sardi».

Le notizie dei palazzi di giustizia diventarono inchieste, interviste a una classe dirigente di tute blu, giornalisti non più a sentire voci di blateranti club privati ma a registrare le assemblee roventi dei consigli di fabbrica, fotografare il malessere e le delusioni dello sviluppo negato. Del nuovo mosaico che si disegnava tra Portotorres e Macchiareddu è stato Giorgio il vero tessitore: negli anni d'oro del giornalismo sardo a Cagliari col direttore Fabio Maria Crivelli e a Sassari con Alberto Statera. Coraggioso, per nulla succube di editori spesso arroganti, sapeva animare le redazioni che attorno a lui trovavano una guida professionale di spessore e un difensore. Perché sapeva reggere un giornale e correggere chi sbagliava, regista dei grandi fatti di cronaca che creavano feeling fra i lettori e i giornali che si ritrovavano fra le mani: dai sequestri di persona alle faide in Barbagia, dall'emigrazione che spopolava l'isola al turismo che faceva la sua comparsa con imprenditori giunti dall'estremo oriente. Vanno riletti alcuni pezzi firmati da Giorgio tra gli anni '70 e '80: da incorniciare nell'antologia di un giornalismo di alto profilo.

Giorgio Melis – passando dai due principali quotidiani ad altri dalla vita breve per manifesta cecità editoriale da lui sempre denunciata – ha raccontato la metamorfosi di un popolo, un'epopea, con articoli dove ai fondamentali del saper scrivere sapeva unire la completezza dell'informazione con una efficacia di cui pochi maestri sono capaci.

Un leader anche per gli inviati di punta dei principali quotidiani nazionali. E mai prono verso il potere che non ha amato le critiche. Per gli scandali anche recenti di

«una classe politica mediocre, corrotta, incapace». Pochi giorni fa, parlando del suo libro del 1985 “L'Isola degli altri” aveva detto: «Gli altri non sono solo quelli che vengono dal mare. Sono più devastanti i sardi servi sciocchi che nulla hanno imparato da Antonio Gramsci ed Emilio Lussu».

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