L’umanità dolce e spietata di Antonio Rezza

Al Massimo in scena l’avvincente “Fratto X”. Maurizio Saiu ha presentato invece “Morte araba”

CAGLIARI. La linea dell’orizzonte a due artisti come Antonio Rezza e Flavia Mastrella serve per fare l’operazione uomo fratto uomo, “sopra uomo, sotto uomo”. Si intitola “Fratto X”, nei giorni scorsi al Massimo, in una giornata dedicata alle nuove produzioni come quella di Maurizio Saiu con la danzatrice Elisabetta di Terlizzi, “Morte Araba- La genesi” coprodotta da Sardegna Teatro e Tir Danza con la feconda collaborazione del pittore Aldo Tilocca e che esplora, in maniera potente e originale, la fascinazione del regista per le origini della danza contemporanea.

Una stagione dove il teatro, la danza, le arti visive, la scoperta del corpo si fusero insieme nella contaminazione con ciò che arrivava dall’oriente: dalla scoperta di “corpi teatro” in movimento, di forme artistiche che allargavano lo spazio intorno alla figura umana usando prospettive di simultaneità che ebbero influenze decisive sulle sorti dell’arte europea del Novecento.

Saiu torna a “Morte Araba”, molti anni dopo lo straordinario solo affidato a Cornelia Wildisen, più maturo, per i molti viaggi nel mondo, soprattutto al Sud.

Torna più malinconico a fissare una materia oscura, uno spazio nero in cui ogni esotismo si è trasformato in semplici gesti che approdano a immagini rarefatte, eleganti come la danza di Terlizzi, e fisse come una scultura dell’anima, profonda e primitiva.

Di tutt’altra natura il teatro di Rezza e Mastrella, due originalissimi, e enormi, artisti che con ostinazione coltivano il loro teatro “inattuale” e, per fortuna, ancora “politico”, nel giardino della scena italiana piena di fiori che troppo spesso appassiscono nello spazio di poche stagioni.

Rezza sulla scena, insieme all’ottimo Ivan Bellavista, è anch’egli corpo in movimento, ma a questa corporeità appartiene, come sarebbe piaciuto ad Artaud, anche la voce, non separata dal corpo, che forse è all’origine del movimento frenetico dell’attore in scena che va ad impigliarsi letteralmente nelle preziose opere d’arte di Mastrella, i suoi “habitat” che hanno il dono di incorporare Rezza, di rendere ancora di più elastico questo “corpo voce”, che si fonda su una intelligenza esplosiva che ha la vastità di un pensiero filosofico, forse andato a male, puntato ossessivamente sui particolari della vita, non sulle grandi categorie, su cose minime, quelle che assomigliano di più all’uomo, colto nel suo smarrimento.

E anche gli spettatori

risultano smarriti di fronte a questa coscienza vivissima, lacerante, che racconta la decomposizione di una società, dove queste “supermarionette” rezziane e mastrelliane agite da una forza misteriosa, sono frammenti sparsi di un’umanità che è insieme comica e tragica, dolce e spietata.

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