Lirico, una “mezza stagione” con qualche alto e molti bassi

CAGLIARI. Si è conclusa la “mezza Stagione” firmata Spocci. Nemmeno tre mesi, a onor del vero. Per un calendario sinfonico, ora come ora, forse tra i più brevi e controversi nella storia del Lirico....

CAGLIARI. Si è conclusa la “mezza Stagione” firmata Spocci. Nemmeno tre mesi, a onor del vero. Per un calendario sinfonico, ora come ora, forse tra i più brevi e controversi nella storia del Lirico. Negli ultimi due appuntamenti, peraltro, tornavano gli ospiti di quel triste flop pre-Stagione, «Da Le Roncole al nuraghe», preconizzante gli esiti di questi mesi.

Giovedì, ad esempio, saliva sul palco il mezzosoprano Anna Maria Chiuri accompagnata al pianoforte da Roberto Barrali. Titolo del concerto: «Le donne». Recital dedicato al canto “ femminile”, con brani di Mina, Edith Piaf, Ella Fitzgerald, Marlene Dietrich ed altre. Assieme al recital di Roberto Iuliano sulla canzone napoletana, forse il concerto più rappresentativo della difficoltà, quest’anno, a riempire un calendario consono alla Fondazione.

Assolutamente nulla da togliere al canto jazz, leggero, popolare – che, anzi, andrebbe affrontato e nobilitato da chi vi si specializza – ma non è chiaro il perché, con l’immensa letteratura per voce e pianoforte (non solo quella liederistica) che poteva proporsi, si sia preferito tale repertorio. Comunque sia, al di là d’una certa nasalizzazione o qualche sbavatura, si può riconoscere alla Chiuri buon approccio su Kurt Weill e una generale verve interpretativa.

Precedentemente, invece, tornava sul podio Stefano Rabaglia. Alle prese con impressionismo francese ed iberico. Qualche piccolo sbandamento nella concertazione. Ma poca roba. L’Orchestra del Lirico, pure in assenza di eccelse bacchette, riesce spesso ad “ascoltarsi”, autocoordinarsi in modo tale da ottenere esecuzioni ugualmente meritorie e godibili. Come quella sui «Nocturnes» o sul «Prélude à l’après-midi d’un faune» di Debussy: bello il colore degli archi, con impasti timbrici caldi, suadenti, screziature d’opale; e poi preziosismi d’effetto, microforcelle di volume; ben dosate anche le sonorità di legni, ottoni e percussioni.

Qualche “attacco” di singoli strumenti magari non aggraziatissimo, e Rabaglia sottovaluta forse certi “crescendo” di tutta la compagine non abbastanza graduati verso il loro apogeo. Anche la suite «Ma mére l’Oye» di Ravel, se non contiamo i passaggi ritmicamente un po’ confusi, aveva interessanti

nuance e avvincente carattere.

Niente male, infine, le due suite da «El sombrero de tres picos». Un De Falla sfavillante ma equilibrato, senza indulgere a facili tinte folkloriche; imperniato, piuttosto, sulla ricercatezza ritmica, sulla varietà di accenti e le irregolarità rapsodiche.

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