Il viaggiare da fermi di Vila Matas e l’Itaca di Capossela

CAGLIARI. In una Piazza Palazzo dove la platea digrada verso il palcoscenico cui fa da sfondo la facciata della cattedrale, “Leggendo metropolitano” è entrato nel vivo con i due incontri serali della...

CAGLIARI. In una Piazza Palazzo dove la platea digrada verso il palcoscenico cui fa da sfondo la facciata della cattedrale, “Leggendo metropolitano” è entrato nel vivo con i due incontri serali della prima giornata. E “Il vento che aspettiamo” sottotitolo dell’edizione 2015, comincia a muoversi attraverso i paradossi esistenziali e letterari di Enrique Vila Matas, considerato tra i più originali narratori contemporanei spagnoli, e tra le “Fole”, le mitologie meridionali raccontate da Vinicio Capossela.

Condotto dallo scrittore Paolo Di Paolo, l’incontro con Vila Matas si apre sul tema del viaggio, con una lettura dell’autore spagnolo di un racconto tra Pula e Nora, tra “ruinas e lunas llenas”. E se la scrittura è un viaggio da fermi, viaggiare è perdere pregiudizi e teorie. Così è per le teorie letterarie. Ogni scrittore, ogni libro ne ha una, e tutte in parte vere. In questa capacità di doppio sguardo, di aderenza e distacco, sta la complessità di Vila Matas, capace di scrivere «quello che mi deve accadere e poi viverlo», e dilatare la sua opera ad «enciclopedia del possibile», come sottolinea Di Paolo, accostandolo a Borges. Una mescolanza di letteratura e vita presente in “Kassel non invita alla logica”, ultimo romanzo pubblicato in cui ancora una volta il protagonista è uno scrittore, lo stesso Vila Matas, o il suo doppio letterario, in viaggio a Kassel, in Germania, nel pieno di una delle più importanti manifestazioni internazionali d'arte contemporanea europee. Attratto da ciò che non è immediatamente comprensibile e che proprio per questo è interessante, il protagonista apre il suo sguardo, muta punto di vista. Scoprendo che l’arte intensifica la percezione di essere vivi e fa venir fuori ciò che è nascosto. Uno schiaffo per i pessimisti e coloro che dichiarano morta l’arte. Gli artisti sono necessari, sottolinea Vila Matas, portano nuove idee, energia. Credere che tutto sia già stato fatto e detto è follia.

Bisogna continuare a sperimentare, insomma, «l’illusione di trovare qualcosa dietro l’angolo», credere nella potere della parola e della letteratura, che possono rendere immensa la mente. In questo potere confidano anche Vinicio Capossela e Michele De Mieri, giornalista e critico letterario che apre l’incontro successivo con un buon numero di suggestioni su “Il paese dei coppoloni”, terzo libro del musicista e cantautore. Un autotreno di sensazioni, un carotaggio in tutte le direzioni – dice De Mieri – che sin dalla prima pagina invade il lettore con una polifonia di storie e personaggi di una parte dell’Appennino meridionale, e ne fa un presidio di identità, immesso con il dialetto nel flusso della lingua italiana. Irpino di origine, ma cresciuto in Emilia, Capossela rivendica la sua cittadinanza onoraria di Ottana e l’affinità all’isola per il suo rapporto con l’arcaicità, ammira la leggerezza con cui Atzeni nelle sue pagine ci riporta a due, tremila anni fa e racconta il suo avvicinarsi alle mitologie arcaiche e a quelle paesane dei suoi genitori, che l’hanno seguito come una zolla di terra attaccata al piede.

Un’Itaca portatile, dice, un patrimonio immaginifico sperimentato nell’inseguire i narratori orali attraverso sentieri, deviazioni e lentezze. E trasferito dal tempo divorante dell’oggi a quello immobile del racconto. Si tratta di trovare il distacco e la lingua giusta, quella epica, insieme all’ironia e la poesia, per raccontare di guidatori di ruspe, del rapporto intenso con animali e piante, dei mestieri che ancora si incontrano come rottami nella terra, delle musiche, dei

canti nati per accompagnare il lavoro e i momenti di vita. C’è la rovina, non la maceria. C’è il silenzio, ma pieno di voci, in queste ed altre terre soggette allo spopolamento e al saccheggio energetico, mentre va ad estinguersi una cultura che non è ancora morta e potrebbe avere un futuro.

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