Batzella: 15 anni e un ergastolo

Era il capo della banda che voleva rapire Podda. Richiesta di carcere a vita per l’omicidio Tronci

CAGLIARI. Quindici anni di carcere per il tentato sequestro dell’imprenditore caseario Alessandro Podda, cinque ore dopo la richiesta di condanna all’ergastolo con tre mesi di isolamento diurno per l’assassinio efferato dell’operaio Sergio Tronci, massacrato di botte e bruciato vivo nell’auto. Ancora: nella stessa mattinata la richiesta di altri dieci anni di reclusione per riduzione in schiavitù, i maltrattamenti spaventosi inflitti alla compagna. Lui, Niveo Batzella, non s’è visto in tribunale come in corte d’assise. Ma difficilmente dimenticherà la giornata di ieri, che segue di una settimana la conferma in appello dell’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Gianluca Carta. Se arriverà la seconda condanna al carcere a vita si saprà soltanto il 20 luglio, quando il difensore Riccardo Floris affronterà il difficile compito di salvarlo e l’assise presieduta da Claudio Gatti andrà in camera di consiglio per decidere. Comunque vada il mese di giugno ha segnato la fine di una carriera criminale che vede Batzella sempre al centro di fatti sanguinosi, con un’incursione fallita nel complesso mondo dei sequestri di persona.

È stato il presidente del tribunale Mauro Grandesso a leggere il primo dispositivo della giornata, col quale il ruolo di capobanda nel rapimento progettato di Podda ha ricevuto il primo sigillo giudiziario. I fatti sono ormai conosciuti e sono in gran parte quelli riferiti dal nipote pentito Gianfranco Batzella: per l’accusa a febbraio di due anni fa il gruppo organizzato da Niveo Batzella era pronto a rapire Alessandro Podda, titolare di un noto caseificio a Sestu e figlio di Ferruccio, il «re dei formaggi» scomparso nel dicembre scorso a 88 anni. La banda aveva progettato il piano d’azione in ogni dettaglio: reperimento delle armi, delle auto, del luogo di custodia, oltre alla definizione dei compiti e all’esecuzione di diversi sopralluoghi. L’idea iniziale, per l’accusa, era di rapire Ferruccio Podda, poi giudicato troppo anziano. Le attenzioni dei potenziali sequestratori si erano successivamente rivolte sulla nuora, la moglie di Alessandro, che però seguiva orari troppo irregolari. Alla fine quello che doveva essere un sequestro-lampo, era saltato grazie all’intervento delle forze dell’ordine che stavano già ascoltando - con intercettazione telefoniche e ambientali - il gruppo e avevano dunque deciso di proteggere con una scorta Alessandro Podda. Quella del delitto Tronci è invece una storia brutale, ammesso che un omicidio possa non esserlo: era il mese di febbraio del 2004 e l’operaio Sergio Tronci fu trovato morto carbonizzato nel bagagliaio della propria auto, abbandonata nelle campagne di Ortacesus. Prima che l’auto venisse data alle fiamme, gli assassini l’avevano picchiato e legato mani e piedi col fil di ferro. Una morte orribile, rimasta impunita fino al 2 novembre dell’anno scorso, quando il nipote di Batzella ha improvvisamente deciso di tirare in ballo lo zio. Nessun movente dichiarato, sullo sfondo della vicenda solo una controversia legata alla droga e alla gestione di un night club di Assemini. Il giovane Gianfranco ha raccontato anche un altro dettaglio rilevante: quando dopo il delitto Niveo Batzella ripulì il fucile usato per uccidere Carta, lui era presente («l’ho visto coi miei occhi»). Altra

vicenda terribile, quella di Gianluca Carta: sequestrato tra le quattro e le sei del mattino, poi richiuso nel baule di un’auto, l’impreditore venne trascinato in campagna dove avvenne l’esecuzione. Un colpo solo alla nuca, esploso con un fucile, la canna appoggiata sulla testa. (m.l)

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