«La fotografia che svela i lati oscuri della realtà»

Parla Letizia Battaglia, che inaugura la sua mostra a Palau

PALAU. Lo scorso 30 luglio ha inaugurato a Favignana la sua ultima mostra “Qualcosa di mio”. Ora, per la prima volta, i suoi lavori saranno esposti in Sardegna, a Palau, negli spazi del Centro di documentazione del territorio, in occasione del Festival Internazionale Isole che Parlano. Lei è Letizia Battaglia, fotografa siciliana nota in tutto il mondo, nata a Palermo nel 1935, prima donna europea a vincere il premio dedicato ad Eugene Smith. Ha esposto in Italia e tanti altri paesi, pochissimo a Palermo. La mostra che arriva a Palau, resa possibile dalla sua disponibilità e da un genuino desiderio di esporre in Sardegna, chiude al femminile un ciclo dedicato ad alcuni tra i maggiori esponenti della fotografia documentaria italiana. Letizia Battaglia, che ha compiuto 80 anni nel marzo scorso, arriva dopo Romano Cagnoni, nato anche lui nel 35, e Mario Dondero, che nel maggio scorso ha compiuto 87 anni. Mostre importanti, che hanno portato in Sardegna fotografie mai esposte prima nell'isola. Quella di Letizia Battaglia è intitolata semplicemente “Fotografie”. Una quarantina di immagini che propongono, in una cruda sequenza, fotografie di omicidi, tra cui quello di Piersanti Mattarella, di funerali, di giudici come Falcone e Scarpinato, di donne che piangono di disperazione o mestamente fiere, come la madre di Peppino Impastato, di uomini in manette, di bambine e bambini. Sarà inaugurata, alla presenza dell'autrice, giovedì 10 settembre alle 21 e 30. Seguirà l'incontro “Riflessioni sull’etica di un mestiere”, occasione in cui l'autrice parlerà della sua militanza durante la guerra di mafia a Palermo e del suo lavoro. La mostra sarà aperta fino al 30 settembre.  

Cos'è per lei la fotografia, per lei come persona, in senso intimo?

«Quella cosa che ho incontrato a metà della vita e che mi ha restituito me stessa. Prima ero una mamma, una moglie, poi separata, ma non riuscivo ad esprimere le mie inquietudini, le mie posizioni poetiche e politiche. Grazie alla fotografia sono cresciuta». 

Allargando l'ambito cos'è, a suo modo di vedere, la fotografia per la società? 

«La fotografia esprime la personalità e l'individualità di chi fotografa. Se una persona è banale le fotografie saranno banali, se è impegnata farà una fotografia impegnata. Non è per tutti la stessa cosa. Nel mio caso è arrivata in un momento in cui stavo cambiando. Cominciavo a occuparmi di politica, di teatro, a fare volontariato. In quel momento è arrivata la fotografia. Che è diventata il mio interesse principale, il mezzo attraverso il quale esprimere me stessa in rapporto al mondo, al mio mondo. Perché io ho fotografato la mia città, Palermo. E l'ho fotografata mettendoci tutta me stessa. Mi ci sono impastata. Io e la mia macchina fotografica impastate con una realtà spesso molto dolente. A volte si ha l'impressione che chi fa fotografia a certi livelli sia considerato una persona straordinaria e che al mestiere si sovrapponga un' aura particolare. Oggi non mi pare che i fotografi abbiano molto successo ed esercitino tutto questo fascino. Sono pochissimi al mondo che ce la fanno, riuscendo a padroneggiare una situazione sociale, economica e artistica, complessa e anche precaria. Ma in generale i fotografi, specie dopo l'arrivo del digitale e in questo tempo di indifferenza e superficialità, stanno vivendo un periodo difficile. Poi ci sono anche quelli che si danno arie, si reputano artisti e magari non lo sono, oppure lo sono. Ma la cosa migliore è sempre tener lontana la vanità». 

Il digitale: cosa è cambiato dopo il suo avvento? 

«Tutti i periodi sono attraversati dal cambiamento. Oggi si fanno i conti con la fotografia digitale, che ha reso tutto più facile e immediato, il che non è un male. È meno complicato, anche la condivisione delle immagini è più semplice. Se apri facebook vedi tantissime fotografie, ma vedi anche la banalità. Attraverso la fotografia si esprime anche la stoltezza che spesso anima la nostra contemporaneità. Ma si incontrano anche autori commoventi, che lavorano con sincerità, raccontando intensamente la vita. Il problema è che oggi una certa fotografia, mi riferisco al reportage onesto e approfondito, non viene sostenuta. Io da tre anni lotto con tutta me stessa per dar vita, qui a Palermo, ad un Centro di Fotografia Internazionale. Ho tanto timore di non farcela, ma nessuna intenzione di mollare».

E' la prima volta che espone in Sardegna. E' già stata sull’isola? 

«Dentro di me ho corteggiata tantissimo la Sardegna, ma non ho mai chiesto. Sognavo di fare qualcosa da voi, ho un grande rispetto per la vostra isola ed uno dei miei più cari amici è sardo. In Sardegna ci sono stata, in camper, una ventina di anni fa. Soprattutto nelle zone interne. Ho incontrato persone educate, di gran contegno e classe. Noi siamo più esuberanti,

più chiacchieroni. Poi dappertutto l'essere umano ha i suoi difetti. Ma il primo impatto è stato molto gradevole. Per questo desideravo davvero fare una mostra. E mi è arrivato questo invito da Palau, per un festival che si chiama Isole che Parlano. Curioso, no? Sono molto contenta». 

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