I penalisti: «C’è il rischio di un bavaglio»

Al congresso delle Camere penali a Pula critiche alla riforma e nuovi richiami ai diritti degli imputati

INVIATO A PULA. La riforma del codice penale e la delega al governo sulle intercettazioni piacciono poco agli avvocati, che vorrebbero un sistema giudiziario «costruito sull’imputato innocente e non sul colpevole». Forse i rappresentanti delle Camere penali, riuniti per tre giorni al Forte Village a celebrare il congresso straordinario, avrebbero voluto dirlo al guardasigilli Andrea Orlando. Ma il responsabile della giustizia è sparito dal programma dei lavori, ufficialmente trattenuto a Roma da ragioni familiari. Uscito di scena il riferimento principale sul tema della riforma oggi in discussione nel cantiere politico, gli interlocutori dell’avvocatura sono diventati il vicecapo dell’ufficio legislativo del ministero di giustizia Giuseppe Santalucia e il capo di gabinetto Giovanni Melillo. Ma partendo dalle novità annunciate, nella grande sala congressi del resort di Pula il confronto ha preso anche altre strade e si è spostato inevitabilmente sul problema dei problemi: la lentezza del processo penale e le sue origini, che il disegno di legge affronterebbe imponendo tempi certi alla Procura per formulare le richieste, una volta chiusa l’inchiesta preliminare: oggi non ci sono termini, nel testo finale si arriverebbe alla previsione di un anno. Si potrà fare? E soprattutto sarà utile? È una domanda centrale, perché l’imposizione dei termini, rispetto al vuoto attuale, appare come una scelta quasi rivoluzionaria. Per Rodolfo Sabelli, presidente dell’Anm - Associazione nazionale magistrati - è invece una trovata che fa a pugni con la realtà: «Questa riforma – ha sostenuto Sabelli – nasce già con la consapevolezza che non potrà essere rispettata. I termini a tre mesi significano prescrizione certa». D’altronde va già così: anche senza il termine per le richieste - rinvio a giudizio o archiviazione - il 70 per cento dei procedimenti destinati al giudizio del tribunale monocratico finisce in archivio («il tribunale non è in grado di fissare l’udienza...»), un dato a dir poco imbarazzante sul quale si è discusso animatamente con rimpalli di responsabilità che appartengono alla storia della giustizia italiana. S’imporrebbero scelte politiche e legislative più coraggiose, non palliativi. Scelte comunque ragionevoli, in linea con l’obbiettivo di rendere ragionevoli i tempi del processo: «Allungare la prescrizione – ha detto il giurista Giorgio Spangher – significa allungare il processo». Quindi no, perché il processo per l’avvocatura deve garantire sempre i diritti all’innocente «mentre con questo sistema è più facile difendere un colpevole». Sul tema caldo delle intercettazioni avvocati e Anm si sono trovati sulla stessa linea d’attesa: «Il testo della riforma – ha denunciato Leonardo Filippi, docente di procedura penale a Cagliari – è generico, non ci sono vincoli sui criteri e nella delega al governo si lascia carta bianca all’esecutivo. Sembra un ritorno al bavaglio del Ddl Alfano». Il che autorizza ad aspettarsi di tutto, ma anche nulla: «Così com’è – ha tagliato corto Sabelli – è difficile che questa riforma venga approvata sino in fondo. Se poi verrà approvata potremo rivederci qui fra due o tre anni per constatare che non ha prodotto risultati positivi e il sistema sarà rimasto inefficiente». Inutili gli aumenti di pena, Sabelli ha fatto capire che

bisognerebbe intervenire sul sistema delle notifiche. Ma è il tema dei diritti che interessa istituzionalmente gli avvocati. Diritti costituzionali («spesso dimenticati» ha sostenuto Filippi) diritti del colpevole, ma soprattutto diritti dell’innocente ad avere giustizia in tempi ragionevoli.

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