Cappellacci: «Farris? Segnalato da Verdini»

L’ex governatore, imputato per abuso d’ufficio, parla delle pressioni di Flavio Carboni sull’eolico

INVIATO A ROMA. Il direttore dell'Arpas venne nominato con una procedura di selezione corretta, uguale a quella seguita da anni per il ricambio dei dirigenti di agenzie ed enti regionali. Certo poi la scelta di Ignazio Farris fu il frutto di un'indicazione politica precisa, la classica proposta che non si può rifiutare: «Fu Denis Verdini a chiedermelo – ha ammesso Ugo Cappellacci – e al coordinatore nazionale del mio partito non avrei mai potuto dire di no».

Era il 2009 e a guardare lo scenario politico attuale sembra trascorsa un'era geologica. Verdini è il leader di Ala e si è definito il taxi che trasferisce a tempo di record i parlamentari dal centrodestra all'area renziana. Ma allora, con Flavio Carboni che presentava i progetti per l'eolico in Sardegna come l'affare del secolo, l'atmosfera era del tutto diversa: «Carboni lo conoscevo appena – ha spiegato l'ex governatore della Sardegna – e non aveva alcun titolo per impormi una scelta, era Verdini a chiederlo e comunque Farris aveva titoli ed esperienza per coprire bene quell'incarico». Annunciato da mesi, l'esame pubblico di Cappellacci è durato un'ora e mezzo. Coi difensori Guido Manca Bitti e Alessandro Diddi in perfetto silenzio, il commercialista cagliaritano ha giocato davanti al tribunale presieduto da Maria Rosaria Brunetti ogni carta possibile per uscire indenne dall'imputazione di abuso d'ufficio, legata alla nomina di Farris, che caduta l'accusa di corruzione l'ha tenuto comunque inchiodato al processo per la loggia P3. Il pm Rodolfo Sabelli l'ha sollecitato su ogni aspetto della vicenda, puntando l'attenzione sui rapporti con Carboni, sugli incontri romani e in Sardegna, sulle zone grigie che emergono dai dialoghi intercettati fra i protagonisti sardi dell'inchiesta. Fra i quali la figura dell'affarista di Torralba spicca per intraprendenza e disinvoltura: «Conobbi Carboni nel 2008 – ha spiegato ancora Cappellacci – quando si offrì di parlare con Carlo Caracciolo perché mi garantisse un trattamento meno aggressivo da parte della Nuova Sardegna. Più avanti ci siamo visti più volte, lui esponeva i suoi progetti fantascientifici basati sull'eolico e io ascoltavo». Esponeva e chiedeva: attraverso Verdini la nomina di Farris all'Arpas, ottenuta quella l'attribuzione all'agenzia per l'ambiente della competenza sull'autorizzazione unica, necessaria a dare il via libera ai parchi eolici e agli affari conseguenti. Ma su questo punto Cappellacci è stato categorico: «Per modificare i poteri dell'Arpas sarebbe stato indispensabile un passaggio legislativo, la mia impressione è che Carboni chiedesse una cosa irrealizzabile senza sapere che lo fosse». Insomma, Carboni ci provava e Cappellacci, questa la sua difesa, faceva il pesce in barile: c'erano le pressioni gentili di Verdini e anche di Marcello Dell'Utri, mancavano però le condizioni perché i progetti basati sulle pale a vento decollassero. L'incontro di Suelli ("c'ero anch'io, si parlò della situazione politica e Carboni rilanciò sull'eolico") e quello di Roma, a casa di Verdini, quando Cappellacci arrivò a cena conclusa. Ancora il convegno al Forte Village, quando Carboni portò in Sardegna magistrati di rango e politici d'alto bordo per oliare i rapporti e creare condizioni favorevoli ai suoi progetti.

Sabelli ha chiesto conferme sulla nomina di Pinello Cossu alla presidenza dell'Ente foreste ("semplicemente fuori dalla realtà" ha detto Cappellacci). Tant'è che Cossu venne dirottato sul Consorzio Tea, ma non per scelta del governatore: «Mi limitai a firmare il provvedimento – ha spiegato l'ex presidente della Regione - ma l'indicazione era arrivata da Claudia Lombardo». Cappellacci ha negato con decisione che il testo del regolamento per le concessioni degli impianti a energia rinnovabile sia stato scritto dalla P3 («pressioni sì, veline mai») rivendicando scelte politiche definitive: lo stop alle pale a vento, arrivato quando le prime indiscrezioni sull'inchiesta P3 uscirono sui giornali.

Di certo il protagonista della vicenda e del processo resta Flavio Carboni, la cui spietata intraprendenza è uscita confermata dalla testimonianza di Rita Fornari, dirigente delle società forlivesi che "investirono" sei milioni di euro sui progetti sardi di Carboni, per non vederli mai più: «Io e la mia famiglia venimmo a sapere dai giornali che avevano preso altre strade, di Carboni ci fidavamo, mai avuto sospetti...". I soldi finirono nella banca di Firenze, controllata da Verdini. Poi il mercante d'arte Cristiano Ragni,

che si prestò ad avallare un giro vorticoso di assegni e dipinti di valore sperando di guadagnarci qualcosa: «Ho perso quasi tutti i quadri - ha detto al tribunale - e Carboni mi deve un milione di euro». Prossima udienza il 6 ottobre: in programma l'esame di Marcello Garau e di Stefano Porcu.

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