La fuga dei giovani sardi verso l’America Latina

Il reportage dei freelance sassaresi Antonio Muglia e Salvatore Taras. Un volume che raccoglie le storie di chi ha lasciato l’isola alla ricerca di un futuro: Luca Lupino manager Adidas a Rio de Janeiro, Daniele Pinna cuoco e star della tv a Buenos Aires, il sassarese Natalino Demontis che a Cabo Frio costruisce candelieri

SASSARI. Il tasso di emigrazione è in costante crescita. E i numeri non fanno che confermare la sensazione diffusa e una situazione che molti conoscono da vicino per aver salutato un parente o un amico che, a causa della cronica mancanza di lavoro, è andato a cercare fortuna all'estero. Sempre più persone lasciano la Sardegna e non tutti finiscono in Gran Bretagna o in Germania, i principali Paesi di destinazione. C'è chi lascia l'isola per andare molto più lontano. Al di là dell’Atlantico e verso sud, sotto la linea dell'equatore che ospita gran parte dell'America Latina. Giovani spesso altamente qualificati che vedono in un altro Continente possibilità diverse anche a quelle offerte dalla gettonatissima Londra. Chi sono questi nuovi emigrati? Cosa trovano dall'altra parte dell'oceano? A queste domande provano a rispondere Antonio Muglia e Salvatore Taras, due giornalisti sassaresi che viaggiando tra Brasile, Argentina e Perù hanno incontrato molti sardi che si sono trasferiti in Sudamerica. Viaggio dal quale nasce un libro, appena pubblicato da Edes, che raccoglie dieci storie sulla nuova emigrazione: “Verso Sud”. Un reportage (con testi proposti bilingue in italiano e in sardo) che in particolare si concentra su chi ha lasciato la Sardegna in questi ultimi anni e ha trovato fortuna in tre grandi città: Rio de Janeiro, Buenos Aires e Lima.

AI PIEDI DEL REDENTORE. Per chi ama il calcio il Brasile è il Paese dei sogni, dei grandi campioni che hanno segnato la storia dello sport più popolare al mondo. Come Arthur Antunes Coimbra, meglio noto come Zico, che negli anni Ottanta mostrò il suo grande talento anche in Italia. Il suo nome è però soprattutto legato al Flamengo, la squadra brasiliana con il maggior numero di tifosi. Nel 1978, quando il numero dieci della formazione carioca era all'apice della carriera, nasceva ad Alghero Luca Lupino. Come tanti, tutti i bambini anche lui sognava di fare il calciatore. Ha giocato nelle giovanili del Fertilia e chissà quante volte da ragazzino ha immaginato di essere un campione. Magari proprio quel Zico che oggi incontra tutti i giorni. O meglio, non proprio lui, ma la statua che lo rappresenta e accoglie ogni mattina chi lavora in avenida Borges de Medeiros, 997: la sede del Flamengo. Là ha la sua scrivania Luca Lupino che coordina le iniziative di marketing e comunicazione dell'Adidas, sponsor della società di Rio de Janeiro. La storia del manager algherese è la prima raccontata da Antonio Muglia e Salvatore Taras che in Brasile hanno incontrato anche Gianni Nuvoli e Silvio Podda. Il primo, sassarese, al momento fa il muratore ma coltiva tante idee da sviluppare per il suo futuro nella città ai piedi della grande statua del Cristo Redentore. Il secondo, originario di Ballao (provincia di Cagliari), a Rio si è reinventato ai fornelli conquistando i brasiliani con la cucina mediterranea del suo locale Casa do Sardo.

CITTÀ FONDATA DA SARDI. Quasi tremila chilometri più a sud un'altra storia legata alla cucina da raccontare: quella del giovane chef Daniele Pinna che a Buenos Aires è diventato una star. Trentacinque anni, cresciuto a Guardia Grande (una delle borgate di Alghero) nel 2009 approda nella capitale argentina dopo aver maturato esperienze gastronomiche in diverse parti d'Italia e di altri Paesi europei. Oggi è un personaggio anche televisivo grazie al successo dei piatti che prepara nel suo ristorante, diventato uno dei più quotati della città. Una città molto italiana che ha un particolare legame con la Sardegna. Come riportano gli autori del libro sarebbe stata fondata nel 1536 da un gruppo di sardi al seguito dello spagnolo Pedro de Mendoza, battezzata con il nome della Madonna di Bonaria di Cagliari. Sarà anche per questo che è facile sentirsi a casa sulle sponde del Rio de la Plata, pur arrivando dall'altra parte del mondo. Così sembra dalle parole di Iside Casu, imprenditrice e grafica sassarese che si è inventata una piccola, originale azienda basata sullo slogan “Amantar es amar”: la produzione di magliette comode e accattivanti studiate specificamente per allattare in pubblico in modo discreto e naturale. Idee, passione e determinazione. Quella che non manca sicuramente a Valeria Scintu, la più giovane tra le persone intervistate da Muglia e Taras. Classe 1986 è partita da Cabras e oggi lavora a Buenos Aires per una multinazionale con sedi sparse in tutto il mondo.

UN INSOLITO ELDORADO. Dopo Brasile e Argentina Il Perù è il terzo Paese per estensione del continente sudamericano. Ma a parte questo dato e il fatto di ospitare una delle sette meraviglie del mondo moderno, Macchu Picchu, non si sa molto del Perù. La capitale di quella che oggi è una delle economie più vitali dell'America Latina è la tappa finale del viaggio dei reporter sassaresi. Anche se per certi versi è l'inizio. Antonio Muglia conosceva già bene il territorio peruviano e suoi contatti a Lima sono stati fondamentali nello sviluppo del progetto. Qui vengono raccontate le storie di Elisabetta Mannai, cagliaritana che si è imposta in un settore particolare come quello del coaching (consulenza motivazionale), di Alessandro Piras che ha lasciato Orroli e oggi lavora nell’ufficio comunicazione in un'importante associazione educativa, di Federica Angioni partita da Guasila e in Perù insegnante in un collegio bilingue, di Simone Pisu, biologo che dopo l'università a Cagliari ha studiato a Barcellona prima di partire in Brasile e poi trasferirsi nel Paese che è stato la culla della civiltà inca.

SPECIAL STORY. «Sebbene “Verso Sud” tratti la nuova emigrazione, non potevamo certo rimanere passivi davanti alle tantissime altre storie della vecchia generazione di emigrati che abbiamo trovato nel cammino. Per questo abbiamo voluto inserirne una speciale». Così nell'introduzione gli autori spiegano la scelta di concludere il loro reportage con la storia di Natalino Demontis, da sessant'anni in Brasile ma con nel cuore sempre la sua città: Sassari. Lasciano così spazio diretto ai ricordi dell'uomo che vive nella cittadina di Cabo Frio, non lontano da Rio de Janeiro, dove ha anche costruito un candeliere. Una storia, tradotta anche in vernacolo turritano, esempio significativo della precedente generazione di migranti.

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