Il vecchio mercato di Sassari, dove batte il cuore di una città

Oggi la pellicola di Fabian Volti inaugura la prima edizione del DocSS Festival Il regista: «Racconto una cultura che scompare e lascia un enorme vuoto»

SASSARI. Le trame, storie che si intrecciano, sguardi che delimitano spazi reali o virtuali. Questo rapporto è al centro anche della prima edizione di DocSS, il festival internazionale del documentario organizzato dal Nuovo Circolo del Cinema con la collaborazione di Nuovo Aguaplano, che debutta stasera alle 19.30 nell’Auditorium di via Monte Grappa a Sassari e prosegue fino a sabato 19.

La prima tappa di questo viaggio nelle realtà urbane del pianeta inizia dalla soglia di casa. Ad aprire il festival, in anteprima e fuori concorso, è infatti “Il civico mercato di Sassari” di Fabian Volti. Il documentario, legato a un contesto locale ma interpretabile in un contesto globale, racconta il passaggio di testimone tra il vecchio mercato cittadino costruito a metà Ottocento e quello nuovo, nel dicembre 2012. Questo, però, è solo il “pre-testo”. Poi il discorso si allarga a considerare se, e che cosa, rimane di un modo di vivere e di una cultura non solo materiale.

Che cosa pensavano, gli esercenti del vecchio mercato, del trasferimento nella nuova struttura?

«Non tutti hanno accettato di farsi intervistare. Qualcuno ha addirittura chiamato la polizia perché non gradiva la presenza delle telecamera, ma alla fine ho potuto filmare grazie a un’autorizzazione dell’allora sindaco, Gianfranco Ganau. La maggior parte di quelli che hanno collaborato, invece, era d’accordo sul trasferimento perché la nuova struttura è senz’altro più efficiente, risponde a norme igieniche, è al chiuso, riscaldata. Però dalle interviste è venuta fuori anche molta amarezza per la perdita del ruolo tradizionale del mercato».

Che cosa rappresentava per loro il vecchio mercato?

«Era un’agorà, non solo un luogo di lavoro e di scambio ma anche un posto dove la città poteva ritrovarsi e riconoscersi attraverso i mestieri che componevano il suo tessuto sociale. Fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento c’era tanto lavoro nel settore del primario. Il mercato rispecchiava la produttività degli orti dell’hinterland di Sassari, il lavoro degli allevatori e quello dei macellai, l’attività dei pescivendoli che portavano tutti i giorni il pesce fresco di cui i sassaresi sono sempre stati ghiotti. E poi era un luogo di festa dove si poteva stare insieme».

Uno degli agricoltori più anziani intervistati dice: «il mercato è morto». in tutto il film si vede il rimpianto per un mondo che da tanto non esiste più.

«Certo, perché il mercato è fatto dei prodotti che vende, e se quei prodotti non ci sono più allora il mercato non ha senso. Fino agli anni Settanta si vendevano i prodotti dell’hinterland di Sassari. Il mestiere dell’ortolano è praticamente scomparso, e a dirlo sono gli stessi anziani che ancora lo praticano nei pochi orti sopravvissuti alla cementificazione nella Valle dell’Eba Giara, a San Pietro, a Logulentu. Uno dei contadini che ho intervistato mi ha detto: “Ormai a Sassari non produciamo più olive”. Forse qualcuno potrebbe controbattere: «Guarda che io ce l’ho ancora l’oliveto e le olive le raccolgo». Sì, d’accordo, però si tratta di iniziative individuali che non contribuiscono a far crescere la produttività. Nel film ne parlo anche per quanto riguarda il mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Predda Niedda, dove si riforniscono gli esercenti del mercato di viale Umberto. È vero che in parte là si vendono frutta e verdura prodotte nella provincia di Sassari, ma la maggior parte arriva dall’estero. Con questo non voglio dire che le frontiere avrebbero dovuto restare chiuse, però non avremmo dovuto perdere le nostre risorse.

Le immagini di repertorio utilizzate trasmettono la nostalgia anche fisica per un luogo che esiste ancora ma ha perso la sua funzione.

«Ho potuto utilizzare le immagini di un archivio privato e mi sono avvalso della consulenza del dottor Paolo Cau, direttore dell’Archivio storico di Sassari e dello storico Sandro Ruiu, oltre che della lettura del “Sassari” di Enrico Costa. Fa riflettere pensare che, diversamente da noi, tutte le grandi città, come Madrid e Barcellona, hanno conservato i loro vecchi mercati. A Sassari la vecchia struttura

viene usata solo per farci qualche spettacolo. Quella nuova, invece, che a me ricorda Auchan, discutibile anche nelle sue linee architettoniche, è stata inflitta alla comunità del centro storico. È un fatto che segna non solo l’evoluzione dei tempi ma anche una profonda cancellazione storica».

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