La gioia un po’ amara dei Mamuthones

Domani il secondo disegno, con le maschere di Mamoiada Un viaggio nella tradizione reinterpretata da Luigi Crobu

di Salvatore Tola

Nel corso della “scorribanda” artistica che ha compiuto per incarico della “Nuova” tra le maschere tipiche sarde, il disegnatore Luigi Crobu non poteva certo ignorare quelle di Mamoiada, le più conosciute e affermate. Così la seconda stampa della serie, che sarà in distribuzione da domani insieme il giornale – a 3,80 euro più il prezzo del quotidiano, –rappresenta un “mamuthone” e un “issohatore” (lanciatore di laccio) in piena azione.

C’è da chiedersi se ci può essere un legame tra il clima che si respira nel paese (venti di chilometri a sud di Nuoro) e il radicamento che le sue maschere hanno saputo stabilire in questa comunità di origine e poi anche in tutta la comunità isolana. Può darsi che la convivenza tra pastori e contadini abbia determinato caratteri di bonomia, di maggiore inclinazione alle “leggerezze” del Carnevale: già nell’Ottocento Vittorio Angius scriveva che non meritavano più «l’accusa di vendicativi e sanguinari», perché gli animi si erano «di molto mansuefatti». Ciò non toglie che interpreti e studiosi continuino a cogliere nelle due maschere – più nel mamuthone che nell’issohatore – elementi di tristezza e persino di tragicità: secondo Salvatore Cambosu, ha ricordato Paolo Piquereddu, la loro è una «gioia condita con un po’ di fiele e aceto», qualcosa di paragonabile al «miele amaro» che era per lui simbolo della condizione dell’intera isola.

Il primo ad attirare l’attenzione sui loro caratteri fu l’etnografo Raffaello Marchi, che ne scrisse nel 1951 su un memorabile numero della rivista “Il Ponte”. Da allora l’interesse del pubblico e dei ricercatori è venuto sempre crescendo; e intanto le maschere si sono fatte conoscere ovunque, e il paese ha saputo valorizzarle sino a metterle al centro di un (visitatissimo) “Museo delle Maschere mediterranee”. Naturalmente ci si chiede cosa significhino le maschere di legno che coprono i visi; il groviglio di campanacci che il mamuthone porta sulle spalle, e naturalmente la “soha”, il laccio che l’issohatore usa scherzosamente per catturare qualche spettatore. oNel tempo si sono susseguite le interpretazioni più varie. Per Marchi la “processione danzata” dei mamuthones, che procedono accompagnati dagli issohatores, potrebbe ricordare una vittoria riportata dai sardi sui mori, dediti per lunghi secoli a incursioni nell’isola. Salvatore Cambosu ci vedeva invece l’accompagnamento dei vecchi che, secondo alcune antiche testimonianze, venivano portati a morire, una volta che non erano più in grado di lavorare.

Il folklorista romagnolo Paolo Toschi ci ha visto a sua volta la raffigurazione di spiriti infernali, mentre Maria Margherita Satta parla, per queste e per altre maschere barbaricine, di una rappresentazione del rapporto

tra uomo e animale. È certo utile conoscere ipotesi e interpretazioni diverse ma, una volta che ci si trova ad assistere alla sfilata – specie se si ha l’opportunità di farlo proprio a Mamoiada – non resta che abbandonarsi semplicemente al fascino suggestivo quanto misterioso dello spettacolo.

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