La Regione taglia le società partecipate: troppe, costose e inutili

Oggi nell'isola sono ancora 41, ma per 11 è già stato avviato il processo di liquidazione. Il piano della giunta guidata da Francesco Pigliaru anticipa le norme varate dal ministro Madia

SASSARI. Da sedici anni la Regione prova a liquidare la Sipas, da 12 la Sigma Invest, da 10 la Nuova mineraria Silius, da 9 l’Hydrocontrol, da otto la Progemisa, ma i tentativi di disboscare la selva di partecipate non sono ancora andati a buon fine. Sono in tutto 11 le società di cui la Regione vorrebbe fare a meno. Undici procedure di dimissione che dopo anni non sono ancora riuscite ad arrivare a conclusione. Il tutto con inevitabili costi per le casse pubbliche. Ed è proprio per tagliare le spese inutili che la Regione ha predisposto un piano di razionalizzazione. Un documento dettagliato che ha battuto sul tempo la riforma Madia in cui viene raccontato passato, presente e futuro delle società direttamente o indirettamente possedute dalla Regione. In totale sono 41 e per dodici di loro il destino sembra essere già segnato. Undici si trovano in stato di liquidazione, mentre una, la Saremar, è stata ammessa al concordato preventivo.

In perenne liquidazione. La Sipas, società investimenti programma alimentare sardo, è in liquidazione dal 2000. Sedici anni in cui la partecipata, malgrado una attività pressoché nulla, è sempre in vita. Non ha dipendenti, ha risorse finanziarie pari a 5 milioni di euro, ma questioni tecniche e burocratiche, legate alla controllata Nuova Valriso, impediscono di mettere fine alla sua esistenza.

Ipotesi fusione. Ora, proprio al fine di contenere i costi, la Regione sembra intenzionata a fondere la Sipas con la Sigma Invest e la Progemisa, visto che fanno tutte capo all’assessorato all’Industria, e incorporarle all’interno di un’altra partecipata, l’Igea, che nonostante sia in liquidazione dal 2014 potrebbe rimanere in attività.

La riforma Madia. Il piano della Regione, dunque, ha in parte anticipato - anche se su alcuni punti dovrà adeguarsi - la riforma Madia che punta a ridurre drasticamente le società partecipate. Dalle attuali 8mila il governo vuole arrivare a salvarne poco più di un migliaio. Via le scatole vuote, via le società superflue e in perdita, via i consigli di amministrazione sostituiti dall’amministratore unico. Una cura dimagrante che punta a sfoltire l’abbondante sistema delle società a partecipazione pubblica. Le amministrazioni avranno un anno di tempo per presentare un piano di razionalizzazione e se passati 12 mesi non le avranno chiuse o fuse con altre più efficienti a provvedervi sarà il ministero dell’Economia.

Via i cda. La Sardegna, però, si è portata avanti con il lavoro. Nell’isola, infatti, i vertici di alcune partecipate sono già all’insegna dell’uomo solo al comando. Con riflessi positivi sui bilanci. È il caso dell’Arst, dove il compenso annuo complessivo del consiglio di amministrazione era pari 303mila euro, cifra che con il passaggio all’amministratore unico è stata ridotta del 61 per cento. Il processo di razionalizzazione riguarda anche la Bic Sardegna: non solo con l’amministratore unico al posto del cda, ma anche con la trasformazione della società per azioni in società a responsabilità limitata e il trasferimento dei dipendenti negli edifici regionali, per un risparmio previsto di circa 100mila euro all’anno.

Taglio delle spese. Era stata la Corte di conti, d’altronde, nel 2014 a denunciare eccessivi sforamenti dei tetti di spesa. Sardegna It aveva registrato un aumento delle uscite di 600mila euro. Una condotta che il giudice aveva bollato come negativa. Di qui la necessità di un ridimensionamento dei costi. Nel 2015 in Sardegna It la spesa del personale è stata ridotta di ben 670mila euro, sono stati dimezzati incarichi di collaborazione e spese di

rappresentanza. E la giunta ha anche deliberato il trasferimento della sede della società in locali di proprietà regionale, ma è passato un anno e non è stata ancora trovata una sede idonea. E così la Regione continua a pagare l’affitto al gruppo Zuncheddu.

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