Il governo: Varacalli è in carcere

Ma è sempre sotto protezione. Alla compagna lo Stato paga affitto e stipendio

CAGLIARI. Ora si scopre che Rocco Varacalli, il pentito di n’drangheta che ha collaborato nelle vesti di investigatore con la Procura cagliaritana, si trova in carcere. È stato il ministero dell’Interno, per bocca del viceministro Filippo Bubbico, a comunicarlo in commissione giustizia rispondendo all’interrogazione presentata due settimane fa dai parlamentari Daniele Capezzone e Filippo Chiarelli. Varacalli è stato condannato dalla Corte d’Assise di Cagliari a 24 anni e mezzo come responsabile dell’omicidio di Bebo Corona, il servo pastore ventenne trovato ucciso all’ovile di Ghineu nel 2009 con un colpo di pistola in bocca. Fu lui a indagare per conto del pm Sandro Pili e sempre lui disseminò prove false che portarono davanti ai giudici Francesco Baldussu e il padre Raffaele, assolti in primo e secondo grado dopo quasi due anni di carcere. Per loro non c’è stato alcun risarcimento, mentre Varacalli risultava a piede libero. Invece è detenuto, nessuno sa dove. Ma gode ancora in parte - l’ha confermato Bubbico - del programma di protezione testimoni esteso nel 2013 alla compagna, che vive in un’abitazione protetta in Sardegna, vicino a Cagliari. La compagna di Varacalli riceve anche uno stipendio che lo Stato assegna a chi ha dato contributi importanti alla giustizia: il pluripregiudicato originario della Locride è stato il teste chiave del procuratore Giancarlo Caselli nell’operazione Minotauro e nel procedimento conseguente contro le n’drine calabresi a Torino e nel Piemonte.

Sullo status di collaboratore di Varacalli il viceministro Bubbico ha fornito una serie di dati: l'uomo è stato nel programma di protezione tra il 2006 e il 2009, quando ha ucciso Corona ed è stato condannato per altri reati, tra cui rapine e una violenza sessuale su una ragazza minorenne. Riammesso nel programma, ha incassato ancora una revoca legata «alla violazione degli obblighi comportamentali». Ma nel 2013, grazie al parere favorevole della Dda di Torino e del Servizio centrale di protezione, è stato riammesso al programma solo per i profili di sicurezza. Attualmente - ha spiegato Bubbico - è in carcere con fine pena previsto nel 2025.

«Non bisogna strumentalizzare la vicenda di Rocco Varacalli» ha sostenuto il deputato Pd Davide Mattiello. «Sul piano giudiziario - ha osservato Mattiello - la Dda di Torino è concorde nel ritenere Rocco Varacalli fondamentale per l'operazione Minotauro, che ha dato la stura anche ad altre operazioni. Le dichiarazioni del Varacalli sono state riscontrate e hanno resistito in tutti i gradi di giudizio, contribuendo all'arresto di decine di criminali. Quale lezione possiamo trarre da questa complicata vicenda? - si chiede il deputato - Che il collaboratore di giustizia è uno strumento irrinunciabile per smantellare organizzazioni criminali che vivono di segretezza. Uno strumento che volle con forza Giovanni Falcone, che già a suo tempo dovette resistere a bordate polemiche. Uno strumento delicato: il collaboratore è un delinquente che negozia con lo Stato un miglior trattamento, a volte questo avviene per una reale conversione di coscienza, più frequentemente per una convenienza. Lo Stato ha il dovere di usare questo strumento con rigore e se qualcuno ne usa male deve essere richiamato ed eventualmente sanzionato». La replica dell’avvocato Patrizio Rovelli, difensore dei Baldussu: «Che

l’onorevole Mattiello vada a spiegarlo a Francesco Baldussu, due anni in carcere da innocente e neppure un risarcimento dallo Stato».

La vicenda non si chiude qui: ora s’attende la risposta all’interrogazione da parte del Guardasigilli. (m.l)

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