Fertilizzante dalla lana, la tecnica sbarca nell’isola

Padria, la tosatura delle pecore potrebbe fruttare un buon gruzzoletto agli allevatori sardi. Come? Ci pensa GreenWoolf, il lupo verde icona dell’omonimo progetto finanziato dall’Ue

PADRIA. La tosatura delle pecore potrebbe fruttare un buon gruzzoletto agli allevatori sardi. Come? Ci pensa GreenWoolf, il lupo verde icona dell’omonimo progetto finanziato dall’Ue per la trasformazione della lana in fertilizzante bio. Non solo scarti di tosatura, il macchinario inventato dalla collaborazione tra politecnico di Torino e Cnr, liquefa anche vecchi tappeti, maglioni slabbrati, vecchie sciarpe e guanti destinati a finire irrimediabilmente nella spazzatura. Il tutto con un procedimento di idrolisi che non necessità di agenti chimici ma soltanto di acqua calda. E senza produrre un grammo di scorie. Il laboratorio mobile ieri ha fatto tappa per la prima volta nell’isola, al Comune di Padria, nel Meilogu, per mostrare il funzionamento agli allevatori.

Nuove frontiere, a Padria si ottiene il fertilizzante dalla lana PADRIA. La tosatura delle pecore potrebbe fruttare un buon gruzzoletto agli allevatori sardi. Come? Ci pensa GreenWoolf, il lupo verde icona dell’omonimo progetto finanziato dall’Ue per la trasformazione della lana in fertilizzante bio. (video a cura di Salvatore Santoni) L'ARTICOLO

Il progetto. GreenWoolf è un progetto – cofinanziato dalla Ue attraverso i bandi Life – pensato dalla partnership tra Politecnico di Torino, Cnr, la Obem, il costruttore, e la Mateus, che punta alla commercializzazione su vasta scala. L’obiettivo è dimostrare l’efficacia di un processo verde, cioè rispettoso dell’ambiente al 100%, per convertire la lana non utilizzata in fertilizzante, e quindi evitando che gli scarti di tosatura finiscano in discarica.

Il procedimento. Il sistema è semplice. C’è una sorta di grande lavatrice, con un cestello molto robusto, nel quale passano all’interno i vapori d’acqua mandati in temperatura da una caldaia a gasolio. Il processo si svolge a 175 gradi centigradi. Per vedere la lana trasformata in fanghi fertilizzanti occorre attendere circa un’ora. Sarà il grado di idrolisi a dettare il rilascio di sostanze nutritive e bio-stimolanti che comporranno il fertilizzante. In ogni caso, ne vien fuori un prodotto ad alta densità, sterilizzato e ottimo per aiutare la germinazione delle piante.

I numeri. Ogni chilo di lana trattata produce dai 1,5 ai 2 chili di fertilizzante organico azotato. Il macchinario oggi è ancora un prototipo. Significa che non esistono ancora modelli commercializzabili in circolazione, ma in sostanza può essere costruito in base alle esigenze del cliente (ne esistono modelli che trattano fino a 500 chilogrammi di lana alla volta). Secondo le stime degli esperti, un piano economico che prevede una produzione annuale di 175 tonnellate e la vendita sul mercato del fertilizzante a 26 centesimi di euro potrebbe ripagare l’investimento dei macchinari in due anni. Un costo che nel caso in esame è di 75mila euro.

Le reazioni. Confagricoltura, Cia, Laore, Argea, Agris, imprenditori, allevatori e rappresentanti del territorio: il lupo verde ieri ha richiamato un po' tutti a Padria, notoriamente un territorio legato a doppio filo alla produzione della lana. «Il Meilogu è un territorio con la vocazione agro pastorale – spiega il sindaco di Padria, Antonio Sale – dal punto di vista imprenditoriale è una zona molto povera, tranne il polo di Thiesi che storicamente ha sempre lavorato la lana e le pelli. Io credo che questa di oggi (ieri per chi legge, ndr) sia un'opportunità da sfruttare per rilancio del territorio». Molti allevatori della zona hanno partecipato al convegno per capire se il progetto possa dare un sostegno concreto alla loro attività. Oggi la lana sarda viene acquistata da mediatori d’oltre Tirreno che pagano tra i 60 e 70 centesimi al chilogrammo. «Una cifra che non copre neanche la metà della spese per la tosatura», spiegano gli allevatori. E spesso si vende proprio per evitare i costi dello smaltimento, essendo la lana considerata un rifiuto speciale. In ogni caso, nessuno dei piccoli allevatori è in grado di sopportare una spesa per acquistare un impianto dedicato: meglio un impianto, magari a livello regionale, sul quale far confluire tutti i materiali. Ieri a Padria c’era anche qualche imprenditore che ha fiutato l’affare. «La settimana scorsa – spiega l’imprenditore Giovanni Meazza – ero in Turchia a proporre il macchinario a un’azienda di 1800 dipendenti.Il progetto gli piace, ed è pronto a investire in Sardegna, ma ha paura di non trovare supporto degli allevatori locali». E senza materia prima, non si va da nessuna parte.

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